la società dei devianti

martedì 10 marzo 2015

Messer Alonso, venga a prendere un Elettrochoc in Formula Uno!

Messer Alonso, venga a prendere un Elettrochoc in Formula Uno!
ELETTROSHOCK
di Piero Cipriano.

“Mi chiamo Fernando Alonso, corro in kart e voglio diventare un pilota di Formula uno”. Gli ultimi vent’anni della sua vita rimossi dalla memoria, il campione di Formula uno ricorda la sua vita fino al 1995.
Per fortuna (scrive la Repubblica del 6 marzo 2014) ci pensa “uno psichiatra di fama mondiale, Antonio Picano, esperto in trattamenti con l’elettrochoc, nonché grande appassionato di Formula uno” a svelarci l’arcano, a illuminarci: “E’ come se gli avessero fatto l’elettrochoc”, “Alonso presenta i sintomi tipici dell’amnesia post critica della sindrome convulsiva”, “E’ un disturbo transitorio del cervello, che dopo essere stato resettato dallo choc elettrico ha necessità di un certo periodo di tempo per riprendere le sue funzioni”. Lo psichiatra esperto di elettrochoc descrive, dunque, quello che è successo ad Alonso: “I soccorritori lo sentivano rantolare, poi ha perso coscienza, ha fatto una pausa senza respirare, infine ha ripreso a respirare ma con il cervello in confusione. E senza memoria per un paio di giorni”.
Ecco, Fernando Alonso, il campione, ha dimostrato che cos’è, e come funziona, un elettrochoc. Nulla è cambiato da quando i maiali destinati a essere sgozzati, al mattatoio di Roma, dopo lo choc elettrico andavano al patibolo fatui, stolidi, ignari del fatto che stavano per morire. Questo stato di completa incoscienza di sé colpì a tal punto Bini e Cerletti, che pensarono di trattare allo stesso modo i malati mentali, gli internati del manicomio di Santa Maria della Pietà. E così nacque una delle tante terapie ex adiuvantibus della psichiatria: l’elettrochoc si aggiunse alla malarioterapia, alla lobotomia, alla camicia di forza, alle fasce. Perché funzione l’elettrochoc? Togli la memoria di sé a un depresso, o a una persona con un arresto psicomotorio, lo riporti indietro di venti, dieci, un anno, o di pochi mesi, e quello scorda le ragioni della sua depressione o del suo blocco. E per un po’ non si sente più depresso, ma non perché è passata per magia la depressione, ma perché per un po’ egli non sa neppure chi è, o chi è stato negli ultimi anni o mesi. Salvo poi quando torna la memoria, e con essa il male di vivere. Ciò che i medici elettricisti non dicono, però, è che questa pratica non solo non è una cura, ma è come una botta in testa, che favorisce una evoluzione tardiva verso sindromi demenziali.
Scrisse Kurt Schneider, che pure è uno psichiatra molto apprezzato dagli organicisti: “Rifiuterei questa terapia anche quando con essa si potesse sottrarre, cosa possibile, un paziente a un conflitto interiore. Lo si potrebbe colpire alla testa così che non sia più capace di risposte emozionali, ma così noi veniamo meno alle ragioni etiche della vita. Anche se tutto ciò fosse di aiuto, non tutto ciò che aiuta è consentito.”
Insomma, ne vale la pena?

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