Mi viene come prima reazione di pensare, e dire a me stesso: e io che c’entro con loro? Che c’entro con la psichiatria? Me ne sono andato dal SPDC, lavoro ancora (non so per quanto) in un SerD e tra poco me ne vado anche dal SSN. Che c’entro dunque coi giovani psichiatri e perché dovrei convincerli a resistere? Soprattutto se le lettere aperte compaiono in un giorno di febbre, hai presente ‘ste febbri virali che durano un giorno e mezzo e senza altri sintomi se non la febbre stessa, una febbre che ti stende e ti psichedelizza per cui inevitabilmente vedi il mondo per come è: in fiamme, un mondo diventato un manicomio, un manicomio mondo in cui – come sempre succede nel manicomio - i più pazzi sono proprio loro, i direttori del manicomio. Intanto l’Italia, la psichiatria italiana, non si capacita del trick, ma come? C’eravamo liberati dei manicomi, lo abbiamo rivendicato con orgoglio al mondo, e ora la psichiatria italiana è tutto un manicomio camuffato, un conglomerato di caravanserragli del contenimento della devianza psichica, manicomi ancora murari seppur più piccoli e meno fatiscenti, dove le regole del manicomio sono intonse: chiudi, tranquillizzi fino ad atarassizzare l’umano in crisi, leghi, inietti depot, magari a tre mesi o meglio sei e ti levi il pensiero, eccetera, non fatemi continuare che ci siamo capiti, una psichiatria italiana consegnatasi – come tutte le altre – alla monarchia del farmaco, il totem farmaco che non si discute anzi ci si genuflette. Poco altro c’è, in quei luoghi detti enfaticamente Centri di Salute Mentale, il cui vero acronimo risponde a Centri di Somministrazione Medicinali.
Poi qualcuno mi ricorda che c’entro. Ogni volta che vorrei per accidia sottrarmi al dibattito qualcuno mi tira dentro. Una volta fu quando uscì quel libro indegno che magnificava l’arte di legare le persone. Fui istigato a scrivere una risposta critica al cantore delle fasce. Stavolta una giovane Basaglia partenopea mi scrive Piero, e tu che dici? Taci? Dì qualcosa tu, le dico, e non è detto che non lo farà, visto che ci stiamo tirando dentro a vicenda. Intanto sono in treno che vado a Bologna, università, un incontro coi giovani futuri medici e forse psichiatri e psicoterapeuti entusiasti della nuova proposta terapeutica psichedelica. A loro, per esempio, bisogna viceversa raffreddare l’entusiasmo psichedelico, far capire quanto anche questo fuoco psichedelico rischi di diventare un fuoco fatuo, l’ennesimo, perché la psichiatria, questa psichiatria ancella del capitale, l’operazione di manicomializzare tutto ciò che incontra, lo sa fare benissimo. E lo sta facendo anche con la proposta terapeutica psichedelica.
Ma torniamo alla chiamata a resistere dei giovani psichiatri. Io non ho letto nel dettaglio la lunga lettera di Di Petta e nemmeno la breve risposta di Starace e nemmeno le altre risposte o commenti, sempre per quest’accidia che mi giustifico con la recente febbre, ma ho scorso la prosa fenomenologica di Di Petta, molto bella e avvincente come al solito, e pure la prosa epidemiologica di Starace, meno bella e avvincente ma intransigente e documentata, come suo solito, e chiedo loro perdono se nell’incipit li ho per un attimo accostati a Milone, chiaro che non c’entrano niente con Milone, questo è uno psichiatra ottocentesco che non ha nemmeno visto passare Basaglia, e tutta l’operazione libresca sua è infatti volta a dimenticare Basaglia; Di Petta e Starace sono invece tutto sommato degli alleati, erano degli alleati affatto ottocenteschi se mai novecenteschi, legati l’uno ai grandi fenomenologi del Novecento e purtroppo per lui non si è schiodato da loro – bisogna pur superarli i padri, o i maestri, a un certo punto - l’altro alla concezione basagliana del disturbo psichico condizionato dai determinanti sociali, politici economici (e pure questa fondamentale ma incompleta, c’è dell’altro, nella genesi del disturbo psichico). Due psichiatri importanti nel panorama italiano, due fari direi, a differenza dell’altro, che, a parte il libretto osannato, non lascia traccia di sè.
Ma perché trovo le riflessioni che da anni Di Petta e Starace ci propongono ormai ripetitive, stanche e senza prospettiva?
Perché non hanno, a parte l’annosa lagna o mantra o giaculatoria sulle risorse che non ci sono e gli operatori che mancano eccetera eccetera eccetera, un minimo di proposta realmente nuova su come fare salute mentale invece di questa squallida psichiatria neomanicomiale.
Sulla mancanza di risorse e operatori – intendiamoci - siamo tutti d’accordo. Ma non basta questo unico argomento. Rapida sintesi: in Italia 70 euro all’anno per residente investiti in salute mentale contro cifre cinque-dieci volte maggiori in altri paesi d’Europa, quali Regno Unito Francia o Germania. In Italia i 30.000 operatori nei DSM sono pochi, ne servirebbe un terzo in più. Peraltro, quelli che ci sono per il 60% sono medici e infermieri, contro un 7% di psicologi. Perché mai ciò? Perché la domanda di psicoterapia non si può esaudire nei DSM? Perché i direttori preferiscono assumere operatori idonei alla gestione del totem farmaco, piuttosto che operatori in grado di fare relazione. Scelta politica, non trovate? Per questo e altri motivi meno di un milione di italiani si curano ogni anno nei DSM. Quanti italiani assumono psicofarmaci? (giusto per avere una stima dei pazienti in cura, stima ovviamente per difetto) Otto milioni e mezzo. Da chi vanno i pazienti che non si rivolgono ai DSM? Dai privati.
A questo punto chiedo un assist a Franco Rotelli. Questi servizi – disse - iatrogeni e patogeni, soffrono o, meglio, agonizzano proprio, lo disse nella sua ultima intervista – con la lucidità dell’uomo morente - “i servizi pubblici stanno morendo”, “la psichiatria pubblica è in via di sparizione”, sempre più sostituita da una psichiatria privata, e da una psicoterapia privata. “A rappresentare la psichiatria pubblica” - sempre Rotelli - “ci saranno solo i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura”, “e le galere” e le “REMS”, e le migliaia di “Residenze”. “Gli psichiatri pubblici tra poco li troverete solo nei SPDC, dove si concentrano - per un singolare fenomeno di risonanza - gli psichiatri più abili nell’arte di legare le persone”. Rotelli, non io.
I colleghi Di Petta e Starace incitano i giovani alla resistenza. Resistenza? I giovani devono resistere? Resistere in questi caravanserragli della cura violenta e iatrogena che voi gli lasciate così apparecchiati? Gli consegnate una serie di istituzioni violente e degradanti e loro dovrebbero farci la resistenza? Ma la resistenza la fai per qualcosa in cui credi. Qualcosa per cui valga la pena resistere. E non vale la pena resistere in manicomio. Credetemi. Ci ho resistito 17 anni e – come scrisse Walter Siti – “resistere non serve a niente”. Almeno in manicomio.
Riluttanza, piuttosto direi, altro che resistenza.
Ma perché mai, oggi, un giovane psichiatra, dovrebbe andare a lavorare in un SPDC. E perfino resistervi. Per voi? Per voi che ve ne state andando in pensione e avete trascorso stoicamente un’esistenza professionale senza saper dire Vaffanculo a questo manicomio?
Il SPDC oggi è – vale per 300 su 318 a parte quei pochi che si proclamano no restraint e che sono sempre meno e che tra poco spariranno - un luogo feroce, carcerario, inumano, distopico, kafkiano. Immaginate una persona in crisi, con un delirio, con una depressione apocalittica, con un eccitamento maniacale, ricoverata in un posto sempre chiuso, sbarre, telecamere, sedazione, regolamenti ossessivamente simil carcerari, al minimo dissenso legamento al letto. Un incubo autorizzato. Non un luogo terapeutico. Decine di morti legati giunti agli onori delle cronache negli ultimi anni, ai Mastrogiovanni, Casu, Casetto, Latif, se ne aggiungono molti altri di cui non ne abbiamo saputo niente.
Luoghi due volte patogeni. Per i pazienti che ne vengono ulteriormente violentati e traumatizzati. Per gli operatori che per sopravvivere ne vengono trasformati. Effetto Lucifero, definiva Zimbardo la capacità delle istituzioni violente di trasformare brave persone in cattive persone. Effetto Eichmann lo definisco io. “Ho solo eseguito gli ordini”. Sapeste quanti giovani infermieri o psicologi o psichiatri ho visto trasformati, plasmati dall’addestramento, dall’iniziazione ricevuta nel SPDC-manicomio. Tanti giovani futuri psichiatri incontrati qualche anno fa, entusiasti di Basaglia o anche della mia narrativa della riluttanza, dopo essere stati assunti in un SPDC sono cambiati, mai più sentiti, cooptati, addomesticati, normalizzati.
Non tutti, si capisce, un dieci per cento tiene duro.
D’altra parte, non è per tutti essere dentro ma contro, o saper “infiltrare gli infiltrati”, per dirla con Basaglia. Devi averci un carattere leggermente rivoluzionario. Se non ce l’hai – dico a te, giovane psichiatra o psicoterapeuta che ti sei entusiasmato e commosso leggendo l’orazione di Di Petta e adesso ti sei messo in testa di resistere per conto loro – se non hai carattere, e non vuoi diventare un compitiere, un esecutore di ordini apicali, protocolli e linee guida, e trasformarti in un piccolo Eichmann che si giustifica dicendo “non volevo legarlo ma ho dovuto eseguire gli ordini del primario”, ebbene se ci tieni alla tua dignità e alla tua salute, stai lontano dagli SPDC. Altro che resistere.
E come faranno gli SPDC senza nuovi giovani psi? E come faranno le persone in crisi?
Io dico che gli SPDC vanno aboliti. Ma che diavolo! Tutta questa retorica nel ricordare Basaglia che nel 1964 proclamò l’urgenza di abolire i manicomi e ora credete davvero che siamo senza manicomio solo perché quei piccoli 300 manicomi si chiamano SPDC? Ma leggetelo meglio l’acronimo, non viene meglio a leggerlo Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Contenzione? Non suona meglio così, non è più rispondente al vero?
Di Petta, Starace, e tutti voialtri che vi siete commossi alla lettura dello scambio epistolare, ma che diavolo c’è da salvare in questi reparti violenti incuneati dentro gli ospedali generali? Come li volete salvare? Avete qualche idea forse?
No. A parte dire risorse-risorse-operatori-operatori non avete altra idea. Non solo non avete grandi idee costruttive, ma nemmeno ogni tanto uno slancio destruens che vi porti a dire: ebbene sì, forse hanno fallito, iniziamo col fare a meno degli SPDC. No, sembra che questo sia un tabù. Non si può dire. E non lo dite infatti.
Ricordate il misero progetto per superare la contenzione meccanica di qualche anno fa? Ricordate i 60 milioni di euro per liberare gli SPDC dalle fasce? Gettati al vento. Chi s’è comprato la macchina per l’elettrochoc e chi ha fatto venire infermieri spagnoli a insegnarci la de-escalation. Se non hai idee il danaro non serve. Gli SPDC in quel biennio brulicavano di operatori in più, assunti a tempo per realizzare il progetto, ebbene: i legati erano legati nelle stanze di contenzione al solito modo. Non è cambiato niente.
Ora il lettore realista sta leggendo con irritazione ciò che scrive questo psichiatra idealista e velleitario che fa demagogia e chiede l’abolizione dei SPDC.
Ma perché no? Non vi pare un esperimento fallito un reparto che gestisce la crisi psichica come un manicomio? Abolire gli SPDC per stornare tutte le risorse, umane ed economiche, ai CSM, che finalmente potrebbero essere sempre aperti, 24 ore e 365 giorni l’anno.
Questo spostamento di focus, eliminare l’SPDC forte, rendere forte il CSM che oggi è debole, anzi debolissimo, cambierebbe decisamente anche i criteri con cui gli psichiatri esercitano il TSO.
Ricordo il terzo criterio del TSO: non vi sono le condizioni e le circostanze per adottare tempestive e idonee misure terapeutiche extraospedaliere. Dunque, CSM sempre aperti renderebbero più facili le cure volontarie.
Ovviamente – ma questo è un discorso lungo che non pretendo di affrontare qui – i CSM vanno risignificati, pure loro restituiti al vero significato dell’acronimo: Centri di Salute Mentale e non Centri di Somministrazione Medicine. Bonificati dalla monarchia del farmaco. Riabitati da una serie sterminata di terapie “mentali” che, estromesse dal farmaco, non trovano ospitalità in questi luoghi.
E non parlo solo della cosiddetta psicoterapia che “al CSM non abbiamo le risorse per farla”, ma meditazione yoga ipnosi respirazione e decine di altre terapie dove si lavori con gli stati di coscienza, aprendo la coscienza o modulandola e non per forza crepuscolarizzandola.
Ma gli psichiatri non si occupano di coscienza, nevvero? Che cos’è la coscienza, questa sconosciuta.
Perché questa è la vera questione, o giovani psi: psichiatri, psicoterapeuti, terapisti del mentale o dell’anima o dello spirito eccetera, sanno davvero curare? Sanno prendersi cura? Sanno essere terapeuti?
O sanno solo blandire sintomi?
Un chirurgo sa operare un cardiologo sa curare il cuore un ortopedico bravo sa rimetterti in asse il femore rotto un odontoiatra sa rimetterti in condizioni ottimali la tua bocca in modo da farti tritare il cibo al meglio e farti sorridere al mondo.
Uno psichiatra bravo o uno psicoterapeuta bravo che cosa deve saper fare per essere un bravo terapeuta?
Parliamo di quelli che stanno in cima. Che dovrebbero essere i più bravi. E’ bravo forse uno psichiatra direttore di DSM che organizza servizi che non servono che muove e sposta risorse monetarie o umane (che poi è la stessa cosa) che inventa slogan o definizioni tipo recovery o budget di salute o buone pratiche o prevenzione o interventi precoci, che allestisce immensi dipartimenti di salute mentale composti di sottounità dette unità operative complesse composte di sottounità dette unità operative semplici dirette da decine di sottodirettori compitieri esecutori scrivani incapaci di dissentire dire un solo no nella vita, DSM separato e parcellizzato che manco i manicomi che c’erano prima erano così parcellizzati. Luoghi di cura dove altri sono incaricati della gestione. Dove lo psichiatra direttore non è più un terapeuta ma un burocrate che pretende il perfetto funzionamento. E perfetto funzionamento non è curare le persone ma che non ci sia caos, non disordine, non anarchia. Ma per avere tutto in ordine o “tutto in sicurezza” come scrivono questi fascisti finanche nelle cartelle cliniche devi chiudere le porte dei reparti devi mettere possibilmente telecamere devi organizzare i tempi gli orari le prassi secondo regolamenti che nemmeno in carcere. Devi sanzionare il paziente impaziente e indomito. Appena sbaglia lo leghi. Capisce lui capiscono gli altri. Creare un clima di ubbidienza e terrore. Sedare coi farmaci fino ad annichilirlo, soprattutto se è legato perché la persona legata grida di più e ciò genera disturbo per gli altri degenti, che poi mossi a pietà o compassione o empatia tentano di slegare il collega di sventura, e succede che lo psichiatra debba poi legare a cascata anche gli altri solo perché volevano liberare il primo.
Allora un bravo chirurgo o cardiologo ti saprebbe operare o aggiustare il cuore un bravo psichiatra che cosa saprebbe fare? Rivolgetevi a un direttore di dipartimento o a un luminare senza lume universitario per – mettiamo – una psicosi. Una cosiddetta psicosi. A parte prescrivere sul ricettario sormontato di lauree e specializzazioni almeno 4-5 psicofarmaci ma si arriva (ho le prove) a 10 psicofarmaci più esketamina e stimolazione trascranica, a parte questo non saprebbe che altro fare. Perché lo psichiatra più è in alto più ha potere meno sa fare. È una regola infallibile: più c’è ego meno c’è spirito di servizio. C’è qualcuno forse che va a farsi curare dai grandi direttori di dipartimento o prof universitari e non faccio nomi tanto li sapete, che abbia riportato un qualche giovamento? No. Perché a parte dare numeri e diagnosi e farmaci e incarichi non hanno niente in mano. Sono giocatori d’azzardo in perdita continua, sono bluff che bluffano. Hanno un mazzo di carte (terapeutiche) che sono una partita persa. Se ti rivolgi a loro privatamente – mettiamo - e non sei molto grave ricevi una manciata di pillole, se sei grave ti inviano in uno dei loro reparti pubblici, affidandoti ai loro sottoposti. A quel punto entri ufficialmente nell’incubo. Incubo al quadrato. E non sai più se l’incubo è il tuo disturbo – delirio voci euforia depressione apocalittica eccetera – oppure l’incubo è il luogo kafkiano che dovrebbe curarti. Il rimedio è mille volte peggio del male.
Questa – in tutto il mondo – è la psichiatria.
La psichiatria in Italia – che negli anni 70 si spinse 50 anni avanti rispetto al resto del mondo – oggi è 25 anni indietro. Eliminammo i manicomi d’accordo. Ma eliminare i manicomi fu molto più semplice perché ciò accadde in anni rivoluzionari, gli anni 70, e perché i manicomi erano retaggi medievali che perfino il nuovo manicomio di big Pharma voleva veder scomparire. Bravi psichiatri critici e anti-psichiatri: toglieteci il manicomio di mezzo, un bel favore, che noi vi obbligheremo a prescrivere farmaci a tutti. Come al solito sarete voi – gli psichiatri – gli esecutori del manicomio, ieri era fatto di muri oggi di chimica ma sempre voi gli esecutori, i compitieri, i guardiani della normalità.
Gli psichiatri oggi – nella gran parte – non vedono il nuovo manicomio così come ieri non vedevano il vecchio. Davvero. Come i nativi americani non vedevano le navi spagnole di Cortés, gli psichiatri non vedono i manicomi e continuano a credere che essi siano artefici di cura, anche se glielo spieghi lentamente, gli fai lo spelling, glielo scandisci: i chili di farmaci che prescriverete ai vostri pazienti per tutta la vita sono comunque
M A N I C O M I O,
peggio dell’altro, ci vuole tanto a capirlo? Ma niente, non ci sentono, non lo vedono, un problema neurologico, scotoma, chiamatelo come vi pare, non se ne esce, l’unica è uscire noi dalla psichiatria così come uscimmo dai manicomi (ancora Rotelli, o Saraceno, non ricordo: Uscire dalla psichiatria come uscimmo dal manicomio).
Altro che invito ai giovani psichiatri a resistere. Piuttosto, come disse Eduardo De Filippo: Fuietavenne!
Solo allora, dopo aver fatto macerie di questa psichiatria neomanicomiale, proveremo a fare salute mentale. Che le idee ci sono, o giovani psichiatri, dovete solo essere più curiosi, meno passivi, e andarvi a cercare altri autori, altre risposte, altre proposte. Che non troverete ai vertici del potere psichiatrico.

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