la società dei devianti

Visualizzazione post con etichetta 180. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 180. Mostra tutti i post

venerdì 20 aprile 2018

storia della follia e dell'antifollia in quattro ore e un quarto


A proposito di questo libro che esce a maggio, cosa dicono le prime persone a cui l'ho fatto leggere quando era ancora manoscritto in costruzione?


Paola (la mia editor incognita) dice: lo stato è assai migliore di quel che mi aspettassi dalle (tue) premesse, anche dal punto di vista della forma (mi hai detto di astenermi e mi adeguo, giusto come curiosità statistica conterei il numero di volte che hai scritto iatrogeno).
Comunque si legge tutto 
(o quasi) con piacere e rapidamente.
Capitolo 1. La tua capacità di compendiare con brio misto a sarcasmo, inutile a dirsi, è tra le migliori qualità. L’ho trovato molto interessante e con un bel ritmo ma quindici pagine appaiono pochine e anche se in seguito metti le mani avanti su possibili sciatterie, manca qualche approfondimento. Magari nell’economia complessiva del libro può anche andare, ma avrebbe meritato più spazio. Attenzione, però, che ci sono alcuni errori. Ripassaci sopra (en passant: la tua interpretazione dei postulati quantistici è a dir poco azzardata, ma per fortuna se ne accorgeranno in pochi).
Capitolo 2. Bello, quasi perfetto (tolta qualche ripetizione e qualche effetto di saldatura). Financo lirico. Tra le varie cose, un’ode all’impegno civile che m’ha a tratti emozionato (io sono emotiva, però). Anche qui avrei voluto che durasse di più e alcuni passaggi mi sono parsi frettolosi lasciando il sapore del non detto. Parrà strano, ma suona anche nuovo.
Capitolo 3. Ho perplessità sulla deriva autoreferenziale. Io la penso così, se lo chiedi a me. Altri ti diranno che è fichissimo così. Metto in blocco l’istinto di protezione e dico: decidi tu.
Premesso ciò: il patto carreriano col lettore è una ripetizione troppo smaccata (ma poi c’entra?), seppur il pezzo dell’ostia sia molto simpatico, io eviterei di ripetermi.  La parte autobiografica potresti pure sfrondarla leggermente. L’excursus sui farmaci è sempre molto interessante (talmente sicuro di sé che ormai vive di vita propria). Tuttavia tagliare (se hai necessità di bilanciare le varie sezioni) non sarebbe un delitto, considerando che c’hai scritto già un libro sopra. Tutta la parte sul libro di Rotelli è ok (e tranquillo se volevi esprimerti sull’impellenza di farsi narratori, il messaggio è passato!).
Buono l’esempio di come si crea depressione (avresti potuto persino dilungarti).
L’incipit con polemica con gli psicanalisti, non mi ha convinto fino in fondo, ma forse era solo ora di dormire.
Capitolo 4. Non so se sia giusto scrivere il manicomio digitale o no (tanto lo scriverai) ma è impossibile prescinderne (in tutte le sue declinazioni). Se la nostra conversazione (in senso largo) non si fosse interrotta di nuovo, ti avrei detto che era proprio questo l’elemento da aggredire, dopo il contemporaneo dei farmaci, nessun narratore che si rispetti può esimersi dal postcontemporaneo. Ok, evidentemente non ce n’era bisogno. Il panottico digitale, quello che hai scritto mi pare ok, incluso i piccoli episodi autobiografici, per quanto aggiungere uno sguardo professionale più approfondito oltre che filosofico, non avrebbe guastato. Mi aspetto che l’attualità si rimpolpi con i pezzi esterni.
Dovresti separare la parte successiva (quella che riparte da Sammelweis per capirsi), troppo discontinuità, non credo abbia senso tenerli nello stesso capitolo.
Epilogo. Non credo che tu voglia davvero mettere questa cosa qui, così personalistica e autoreferenziale, se così è non posso fare commenti utili (vedi sopra). Salverei solo da dove parli di parresia fino alla fine, che mi sembra più interessante.
Fossi in te aspetterei di avere una bozza del libro in toto prima di decidere se e cosa tagliare, ammesso che sia compatibile con i tempi editoriali. Comunque le premesse sono buone, anche di più.

Nicoletta (la poetessa madonna de La società dei devianti) scrive: è un gran bel libro e tu sai scrivere veramente bene! è una cavalcata avvincente, appassionata, magnetica e ben impostata. Per fortuna, poco distacco e molti corpo a corpo. Ed è vero: hai talento nel raccontare anche il pensiero degli altri, mirando subito al cuore della faccenda o alle sue contraddizioni e, vivaddio, senza annoiare. Utile l’inciso su Slavich e mi piace molto la scelta di narrare le vicende di quegli anni attraverso la tua formazione di psichiatra: è mirata, non narcisistica ed è più efficace di qualsiasi ipocrita distanza. Il finale del paragrafo sui disperati portatori di speranza mi ha emozionata, hai fatto bene a riprendere i temi de Il manicomio chimico nel terzo capitolo, altrimenti sarebbe stata una narrazione monca. Mi ha impressionato il tuo coraggio nel discorso dellagape. Bellissimo. Per due volte scrivi che avresti dato la parola ad altre persone nella seconda parte. Io però non lho visto. Cosa intendevi? Ci sono tre cose che mi convincono meno: 1. la posizione del paragrafo "Basaglia come Semmelweis". E’ utilissimo, è ben raccontato, però mi sembra fuori posto. Trovandolo dove lo metti tu, sembra di rallentare, quasi una ripetizione (che invece non è), e di tornare indietro. Lo anticiperei al capitolo precedente. 2. L’introduzione al capitolo tre: non so, la toglierei, mi pare non aggiunga niente al tuo discorso generale e che rallenti il fulmine. 3. una sciocchezzale prime tre righe del paragrafo su Carrère sembrano prese pari pari (proprio pari) da La società dei devianti. Se proprio vuoi ribardirle, proverei a cambiare formula. E niente, per il resto - ora sono io che mi ripeto - leggerti è un gran piacere. Quasi ipnotico. Hai senso del ritmo, dellironia, dellaffondo e a volte, presi dal tuo racconto, sembra perfino di ballare.

Nicoletta aggiungeieri ho letto la seconda parte. Trovo importante che tu abbia dato spazio a diverse altre voci che, a loro modo, resistono combattono e si confrontano con le angustie della psichiatria odierna. Mi piace anche la scelta che hai operato sulle persone che avevano qualcosa da dire. Questo conferma ciò che dice Rotelli, che sebbene ancora pochi non siete soli. Il taglio finale collettivo dà allora più speranza e quindi rinforza e potenzia quello che già scrivi da anni. Coagulare intorno al tuo testo altre tracce ed esperienze che gli fanno eco è un modo anche per amplificarne la portata. Mi piace la tua introduzione alla seconda parte del libro, però il primo paragrafo mi sembra totalmente mutuato dalla prefazione de La società dei devianti. E’ uno smaccato de ja vu che un po’ disturba. Tieni presente che tra le persone che prenderanno questo nuovo libro eleuthera ci saranno moltissimi e appassionati lettori della trilogia e non tutti saranno smemorati. Entusiasmante è il pezzo di Gianni Cappelletti. Il suo percorso è lucido e coerente e hai fatto bene a metterlo per primo. Il testo di Lara Bellini è prezioso e originale. Illuminante. Vien proprio voglia di cercarla in altri libri, se ne ha scritti. Efficaci Lorenza Ronzano e Donato Morena (a parte i suoi due ultimi paragrafi un po meno incisivi). Anche quella dellinfermiera Cristina Comunale è una dolorosa presa diretta sul reparto. Mi ha sorpresa la filosofa impaziente Paola Ferrari. Vorrei trovarla su fb per seguire anche i suoi post. Davvero bravissimo Francesco Andreani. Chirurgico e sintetico. Chissà che continui a scrivere. Lo sa fare. Le interviste sono tutte godibilissime, peccato che finiscano presto. Silvano Agosti è una luce! Ottima lasciugatura delle domande a Virzì. Spero sempre che riusciate a inserire anche Gifuni e Caparezza, perché se ne leggerebbero volentieri delle altre. Sono felice che tu abbia scritto un libro così e secondo me farà il botto.

Lara (esperta di jazz economia e salute mentale pur senza patente) scrive: le tue introduzioni, belle. Mi piace la casualità del lacaniano e me. Però spero non ci rimanga male a leggersi così. Gli hai parlato di persona dei motivi per cui non lo pubblichi? (Con l’età sono ancora più empatica del mio solito)L’unica cosa che mi preoccupa è che, viste le informazioni su di lui che condividi col lettore, non so se si riesca a mantenere l’anonimato. Per quel che mi riguarda, mi piace dove mi hai collocato, fra gli inventori, e come hai descritto il nostro incontro. La vita me la sono dovuta proprio inventare. Non sono mai stata paziente psichiatrica - per mia fortuna voglio aggiungere, visto lo stato attuale della psichiatria. Lo scritto che ti ho spedito è in realtà come vivo la vita, è la mia cura quotidiana. Vivo ragione e sragione e sono entrambe parti importanti di me. Ora sto leggendo gli altri scritti: bellissima la parte di Gianni Cappelletti, lo andrò a trovare di sicuro, anche perché a Londra ho un orto urbano. Quando mi hai chiesto di scrivere il pezzo mi hai fatto un regalo bellissimo, dare voce al lavoro di una vita, un lavoro che ho fatto su di me, e insieme agli altri/e. Ho dovuto inventarmi la vita ma senza una comunità amorevole è tanto difficile, no? Ora continuo a leggere gli altri scritti. Grazie di tutto Piero

Paola (ancora la mia editor clandestina) mi riscrive, dopo aver letto la seconda stesura: hai avuto una bella idea e anche ben realizzata, puoi ritenerti giustamente soddisfattoDetto ciò: non ho letto tutti i singoli contributi di inventori e impazienti, eccetto Ivan Fëdorovič e altri estratti qua e là. Ma tu certamente avrai selezionato e valutato per cui saranno tutti di livello. Spero. Comunque, a scorrere paiono ben assortiti. Le interviste invece sì, le ho lette, seppur in momenti diversi. Casomai ti interessasse ho la mia personale classifica: Silvano Agosti, Lagioia, Capovilla e in ultimo Virzì (pregiudizio forse). Comunque, ottimo lavoro. La tua breve storia della follia l’avevo passata al lanternino al primo giro (sebbene la maggior parte delle note a margine siano rimaste a me). Dando un’occhiata qua e là ho notato che hai aggirato un paio di mie considerazioni con delle avvertenze ad hoc per il lettore. Vada lo stratagemma per iatrogeno, ma con l’autoreferenzialità l’effetto è di alimentarla. Pensaci. Sempre unicamente a scopo di cronaca, ribadisco che in alcuni passaggi del terzo capitolo vedo rischio ripetitività. L’introduzione alla seconda parte “chi cura chi” ok che è un cappello, un raccordo e non ci si può attendere chissà quali vette, ma così non mi convince molto. E’ una questione di forma, s’intende, però l’ho trovato piuttosto svogliato e troppo elencatorio. Avrei scelto un taglio diverso, più letterario per trasmettere l’urgenza di questa operazioneCredo che tu possa fare di meglio con poco sforzo.
Finale Bolano/Basaglia: me lo mandasti tempo fa e sul momento m’era apparso un po’ naif (il caffè d’oltre tomba mi fa un po’ Lavazza, sarà colpa del mio lato nazional popolare) e vagamente pretenzioso.
Ma (ri)letto in coda alle interviste, l’impressione è stata assai diversa. Trovo che ci sta. Va in crescendo (lo preferisco dalla seconda paginetta in poi). Molto bello il dialogo puntellato con gli estratti da Bolano. Il lirismo del pezzo è in parte ridimensionato dalla solita esigenza di sottitolare, mettere didascalie. Se fai lo
spregiudicato, fallo fino in fondo. Abbi fiducia in te e nel lettore. E se poi non capisce so cazzi suoi.
Infine, un dettaglissimo: lascia solo L’intervista impossibile (ovvero Basaglia incontra
Bolaño, io di nascosto prendo nota). Fa più fico.

Donato (giovane psichiatra cane pure lui in chiesa) scrive: ho appena finito di leggere il libro, che te li dico a fare i complimenti! Anche se, a proposito di psichiatria digitale, ho paura che i tuoi libri stiano diventando oramai una sorta di tutorial per futuri operatori basagliani. Per fortuna la signorina anarchia ti (spero ci) salverà. Più seriamente, le riflessioni che fai mi sono servite davvero a pensare meglio, a ricapitolarmi l’anamnesi e a mettere ordine tra quelle immagini e quei pezzi sparsi di parole che si sono ammucchiati in questi anni di vita e di formazione. Ecco, ti ho fatto i complimenti. Però sono soprattutto ringraziamenti, che non vorrebbero essere banali ma, appunto, seri perchè se a volte mi viene il sospetto di delirare, posso pensare così che siamo almeno in due. E spero di più, così da diluirlo questo pensiero delirante come vorrebbero farci credere, e poter trovare una porta d’uscita a quest’era prestazionale, e direi disperata (con annessa desensorializzazione).
Va bene, non ti tedio, e in maniera stitica alla Han ti riporto alcune cose minori sul testo:
Trovo un po’ complicato il passaggio del paragrafo in cui parla Manlia Cerri, non capisco bene dove vuole arrivare;
i bambini e gli adolescenti sono diventati i migliori clienti della farmacia psichiatrica, direi anche gli anziani, ormai la totalità, dementi e non (ma forse sarebbe un di più visto che poi non ne parli);
parli del passaggio al DSM-5, mi vengono in mente quelle rare lezioni misere, più che altro dei riscaldamenti in vista dei convegni, in cui i professori universitari si esercitavano a raccontarci gli insulsi cambiamenti nosografici come se fossero una normale, naturale evoluzione della psicopatologia. E noi ce li sciroppavamo come l’aggiornamento di un software. Ma, se anche ci fosse venuto in mente di chiederne spiegazione, tacendo ci siamo risparmiati un imbarazzo reciproco. Ipse dixit.
A proposito dell’idios kosmos e degli idioti, anche Basaglia diceva di essere stato l’idiota della famiglia, (l’idiot de la famille, riprendendo Sartre nella sua ricerca sulla vita di Flaubert) almeno così dice Giannichedda nella sua introduzione all'Utopia della Realtà.

Sabrina (astrobibliotecaria): ho letto la tua storia dell’anti-follia. Mi piace come racconti le cose. Forse ho capito cos’è che stai cercando. Potrei farmi i fatti miei, hai ragione se lo pensi. Non mi offendo se me lo dici. Mi è piaciuto tanto, comunque. Utile e dilettevole, davvero. E’ proprio così. Ho appreso e mi sono divertita, divertita in modo articolato (non solo sorrisi ma emozioni svariate). Stai cercando significato, io questo avverto, ecco, adesso lo so dire. Dal primo libro tuo che ho letto. Ecco perché mi venne in mente quel libro di Teller, Niente. Mi piace questo cercare significato, lo trovo palpitante. Tutum palpita, si sente.
Sì però un po’ mi vengono anche i nervi, perché hai scelto di fare lo psichiatra? Non mi convinci quando parli di questo. Che mestiere ti credevi che fosse? Quale immagine ti ha chiamato?
Le rispondo: Finché non ci sei dentro non sai ciò che ti aspetta.
Questo l’ho capito. Ma un’aspettativa tua, ve bene smentita poi dall’esperienza, un’aspettativa tua, come può avercela il bambino che vuole fare l’astronauta o il postino, dovevi avercela anche tu.
Le rispondo: Forse i tarocchi potrebbero aiutare, sono stato soggiogato dalla carta del matto, dopo la quale è uscita quella dell’alchimista e poi dello scrittore.
E lei: Risposta estetica.
E lo so, a te non la si fa.

Ecco. Prima del 13 maggio esce questo libro.





martedì 27 gennaio 2015

La regione delle case di cura



di Piero Cipriano




Di mestiere faccio lo psichiatra. Lavoro a Roma. In un SPDC. Uno dei ventuno SPDC
chiusi, blindati (tranne uno), uno dei ventuno SPDC dove si adopera la contenzione
meccanica, le fasce insomma (in tutti, nessuno escluso, vige questa pratica).
Nel Lazio i pazienti con crisi mentale acuta dopo i dieci giorni (in media) trascorsi in
SPDC, nel 70% per cento dei casi proseguono le cure (cure che significa avere un letto, e
ingoiare farmaci) in una delle dodici case di cura presenti nella regione.
Il Lazio concentra il maggior numero di posti letto psichiatrici privati d’Italia. Forse è
(anche) per questo che i Dipartimenti di Salute Mentale di questa regione sono così
sofferenti: le case di cura succhiano la maggior parte del sangue destinato ai DSM.
Ricordo le parole di Basaglia, all’indomani della 180: “la malattia mentale è un grande
affare”, “le cliniche private vivono sui matti”, “più matti più soldi”, “il numero dei malati
mentali aumenta anche grazie a questi imprenditori della follia”, “sarà più facile chiudere
i manicomi che le case di cura private”. Proprio così.
Eppure la 180 significava innanzitutto restituire ai malati i loro diritti. E tra questi il
diritto ad avere una casa. Che il manicomio non è una casa. Che una casa è là dove ti
senti a casa. E una casa di cura mica è una casa, anche se tutti la chiamano casa. E se il
denaro lo spendi per il posto in casa di cura, che si chiama casa, ma non è una casa, ecco
che poi non ce l’hai, tu Stato, tu Servizio Sanitario Nazionale, tu Dipartimento di Salute
Mentale, il denaro per trovare una casa all’utente che magari non ce l’ha una casa dove
ritornare, dopo che la crisi gli è passata.
Nelle case di cura private del Lazio i malati sono internati a singhiozzo: passano uno due
tre mesi ricoverati, poi fanno una pausa di una o più settimane, per ricominciare nella
stessa o in altre case di cura private, come fossero villaggi turistici della cronicità, della
lungodegenza, della manicomialità, talvolta, se stanno un po’ peggio (gli acuti nelle case di
cura private non li vogliono, gradiscono solo i tranquilli, non gli agitati), si fanno una
decina di giorni in SPDC, dove la dose di farmaci può essere più generosa (i SPDC sono
apposta inseriti nell’ospedale, dove c’è la Rianimazione, in caso di bisogno). Insomma, le
case di cura private sono uno dei luoghi centrali di quella perversa istituzione definita
manicomio circolare, o manicomio diffuso.
Il totale, nel Lazio, fino a poco tempo fa, era di circa 1300 letti nelle dodici case di cura
private, contro i circa 270 nei ventuno Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura. Segnalo
che la ricerca Progres Acuti riportava, in Italia, 3997 posti nei 323 SPDC d’Italia, e quasi
altrettanti (3956) nelle 56 case di cura private. Per cui il conto è facile: un terzo dei posti
letto nelle case di cura private italiane si trova nel Lazio.
Una di queste, la clinica San Valentino, è perfino attrezzata per somministrare gli
elettrochoc. Nel Lazio l’ultima struttura pubblica a erogare la terapia elettrica è stata la
clinica universitaria del Policlinico Umberto I, nella seconda metà degli anni Novanta.
Questo era lo stato dell’arte, chiaro, seppur inquietante, della residenzialità psichiatrica
privata nel Lazio. Negli ultimi mesi del 2014, però, la situazione descritta sopra è
repentinamente cambiata, ma, capiamoci, solo gattopardescamente, perché in realtà è
rimasta sostanzialmente tale e quale a prima.
Dando attuazione a un vecchio decreto della regione Lazio del 2010 le Case di Cura
Neuropsichiatriche sono state per così dire “riqualificate” in Strutture per Trattamenti
Psichiatrici Intensivi Territoriali (STPIT). Che significa ciò? Significa che alle case di cura del
Lazio sono stati assegnati trenta posti letto, per un totale di duecentoquaranta, destinati
ai pazienti dimessi dai SPDC che hanno ancora necessità di proseguire il trattamento.
L’intento di questo decreto è di superare la dimensione custodialistica che l’ex casa di
cura rappresentava, per porre, finalmente, l’accento sulla continuità assistenziale-
terapeutica. Per cui, adesso, si parla di “recupero a gradini”, con un diradamento
progressivo dell’aspetto assistenziale e intensificazione di quello riabilitativo. Questo
percorso inizia, di solito, col ricovero in SPDC, prosegue col passaggio nelle STPIT
(Strutture per Trattamenti Psichiatrici Intensivi Territoriali), poi nelle SRTRi (Strutture
Residenziali Terapeutico-Riabilitative per trattamenti comunitari intensivi), poi nelle
SRTRe (Strutture Residenziali Terapeutico-Riabilitative per trattamenti comunitari
estensivi), poi nelle SRSR 24 h (Strutture Residenziali Socio-Riabilitative a elevata
intensità assistenziale), infine nelle SRSR 12 h (Strutture Residenziali Socio–Riabilitative
a media intensità assistenziale). Nomi difficili che neppure io ho memorizzato né sarò
mai in grado di farlo, per chiamare in modo diverso le ex case di cura, e per dare una
parvenza di territorialità a ciò che territorio non è, perché è una forma ancora più
subdola, più organizzata, del cosiddetto manicomio circolare (o manicomio diffuso): si continua
insomma a ragionare in termini di posti letto e contenitori invece che di percorsi di cura.
Da un calcolo sommario, adesso, sono circa ottocento i posti letto distribuiti tra queste
sigle che sempre case di cura sono, e ogni posto letto costa circa duecento euro al
giorno, duecento euro per mangiare dormire e ingoiare farmaci (e qualche volta prendere
qualche scossa elettrica), duecento euro che è il doppio di un’ottima pensione completa
in un medio albergo. Per questi letti, per questi luoghi della clinica, per questi luoghi
dell’allettamento, nel Lazio ogni ASL eroga circa la metà del budget dei Dipartimenti di
Salute Mentale. E quanti Centri di Salute mentale aperti nelle ventiquattro ore e per sette
giorni alla settimana si potevano realizzare con questo danaro?, e quanti operatori precari
assunti?
Quando parlo di questo argomento con molti colleghi romani, che pure sembrano
forniti di buon senso, dicono che la realtà dei CSM aperti nelle 24 ore non è praticabile
in una città così grande e complessa. Tutti rassegnati all’ineluttabilità delle case di cura,
della clinica, del letto, del clinos, della salute mentale che si fa da sdraiati.
Ma qual è la situazione dei DSM? In breve direi che i servizi dei DSM sono deboli nel
territorio (CSM sempre più sguarniti, contenitori senza contenuto, pochi operatori e
usurati o scettici o custodialisti) e forti nell’ospedale (SPDC con pianta organica ben
fornita di operatori, dieci psichiatri, venti venticinque infermieri per un SPDC di dodici
posti, per fare un esempio, stile pressoché sempre restraint, porte chiuse, fasce sempre
pronte, dosi generose di farmaci e depot ormai già dalla prima crisi), e con la prassi
condivisa del proseguimento cure in casa di cura, che ora abbiamo detto non chiamasi
più casa di cura ma STPIT, ovvero, con perfida manomissione delle parole, Strutture per
Trattamenti Psichiatrici Intensivi Territoriali: sono territorio insomma. Ebbene: a che ci
serve a noi del Lazio non solo il CSM nelle 24 ore e nei 7 giorni, ma perfino il CSM nelle
10-12 ore e nei 5-6 giorni, a che ci serve se l’assistenza territoriale s’è trasferita
efficacemente nelle case di cura? la regione delle case di cura

domenica 9 novembre 2014

Gulliver non era uno normale (ovvero vita e morte del maestro anarchico Mastrogiovanni)


Dicono che Franco Mastrogiovanni non era uno normale. Dicono che già alla nascita pesava più di cinque chili e misurava oltre sessanta centimetri. Da bambino, anche se non abbiamo notizie circostanziate, si dice che avesse un po’ troppi grilli per la testa. Da adolescente, poi, manifestò del tutto la sua anormalità iniziando ben presto a professarsi anarchico. Ma Lombroso ce l’ha insegnato, con la sua ineguagliata tassonomia (nessun altro li ha descritti così bene): l’anarchico non è uno normale!
Ora, è ovvio che, in contumacia, non lo possiamo desumere che tipo di anarchico fosse il Mastrogiovanni, se un anarchico pazzo, come Giovanni Passannante, o un anarchico criminale, come Ravachol, o un anarchico passionario, come Sante Geronimo Caserio, la testa calda che pugnalò il fegato di Sadi Carnot con un coltellino dal manico rosso e nero. Ecco, forse potrebbe rassomigliare, per il fisico epilettoide, per le mani gigantesche e per un carattere forse gliscroide che l’avrà reso precocemente ossesso per l’anarchia e i tiranni, e per quella sua faccia buona, forse Mastrogiovanni potrebbe rassomigliare proprio al Caserio, non certo al tipo più pericoloso di questa categoria, non certo all’anarchico anarchico: il tipo Bresci. No, come Gaetano Bresci, l’uccisore di re, proprio no.
Ora, quest’uomo cresce in eccesso. Cresce in altezza, che sarebbe il male minore, seppure supera, non ancora sedicenne, addirittura il metro e novanta. Ma proporzionalmente alla statura gli cresce pure quel sentimento pernicioso detto iperestesia. Perché, chiarisce il Lombroso, questo è il sentimento patologico che rende anarchico un anarchico: l’iperestesia. Ovvero un eccesso d’onestà.
Dunque, quest’uomo si fissa con una strana storia di cinque calabresi uccisi in un incidente stradale due anni prima. Perché pure quei cinque erano anormali come lui. Deliranti, gente che si faceva erronee convinzioni nella testa e voleva dimostrare al mondo che aveva ragione. Quei cinque indagavano su un treno deragliato dalle parti di Gioia Tauro. E dove sarebbe il fatto straordinario? I treni deragliano, delle volte. Invece quei cinque sostenevano di avere le prove che il deragliamento non era stato accidentale. Ma guarda caso pure la loro macchina, sull’autostrada del sole, all’altezza della villa di un fascista, tale Valerio Borghese, pure la loro macchina impazzisce, e si scontra col TIR di un camionista, pure lui un fascista (altra coincidenza).
Il Mastrogiovanni un giorno stava passeggiando sul lungomare di Salerno, e discorreva con due amici, e si stavano dicendo proprio questo, che non poteva essere normale quell’incidente d’autostrada capitato a quei cinque, due anni prima. Quando ecco due giovani fascisti gli si parano davanti. Ora, se il Mastrogiovanni fosse stato normale, non si sarebbe fatto trovare, in giro, di sera, in compagnia di quei due, e se fosse stato normale, alto come tutti un metro e settanta, non avrebbe preso la coltellata alla gamba, perché i fascisti magari lo avrebbero preso solo a pugni, invece a un bestione alto più di un metro e novanta lo devi per forza accoltellare, anche se lo puoi infilzare solo a una gamba, perché più sopra non ci arrivi.
Uno così alto, poi, se tu carabiniere lo arresti, perché nella colluttazione il fascista col coltello è morto, lo devi per forza trattare male, perché ha tutte le caratteristiche del mostro, deforme, omicida, e non deve passarla liscia. Se poi un giudice lo assolve, il gigante rimane sempre il complice di un assassino, resta sempre lombrosianamente anarchico, e non smetterà mai d’essere un pericolo per la società.
Se poi il Mastrogiovanni inizia a ricevere telefonate minatorie, minacce, dispetti, uno normale non ci darebbe importanza, perché saprebbe di essere nel giusto, di essere innocente. Invece il Mastrogiovanni scappa. Emigra. Va al nord. Dove, non essendo conosciuto, si ricicla come insegnante elementare! Ma i gendarmi campani informano i colleghi bergamaschi che l’insegnante elementare gigantesco è un noto sovversivo, forse omicida, per cui iniziano a tenerlo d’occhio anche al nord.
Finché, quarantacinquenne, si risolve a tornarsene al sud, al suo paese, si pensava che si fossero scordati di lui. E invece si ricordavano benissimo. D’altra parte, bisogna pur tutelarla la società dal pericolo di uno come lui. Dunque un giorno riceve una multa, e lui mica abbozza, come ogni normale cittadino, no, osa protestare, forse manda perfino al diavolo un vigile. E che dovevano fare con un recidivo? Non dovevano arrestarlo? Lui ovviamente (ovviamente per uno non normale, perché qualunque altro cittadino avrebbe indossato le manette con civiltà, tranquillo della sua innocenza) si oppone. Dicono perfino che viene picchiato dagli agenti. Finisce agli arresti domiciliari. Dove chi viene incaricato di controllare la sua permanenza a domicilio sono gli stessi gendarmi che l’hanno picchiato.
A questo punto raggiunge lo zenit della sua abnorme esistenza: inizia a sentirsi perseguitato. Da chi? Dagli uomini in divisa. Pare che appena ne incrocia uno cambi strada. E (forse) inizia a prendere dei farmaci, perché se sei un paranoico non puoi fare a meno dei farmaci.
Sul finire del luglio 2009, chissà in che stato alterato si trovava, riesce a tamponare ben quattro macchine di fila. Come avrà fatto, visto che la sua auto è illesa, non si sa. Due medici si decidono a fargli il Trattamento Sanitario Obbligatorio, uno lo propone, l’altro lo convalida, lo inviano al sindaco del luogo, e il sindaco non s’interroga, lui che è la massima autorità sanitaria locale, se quel provvedimento di ricovero coatto è giusto oppure no, e non lo fa perché nei paesi le persone si conoscono tutte, in una grande città poteva pure sfuggirgli, ma lì al paese si sapeva benissimo che Franco Mastrogiovanni è nato e cresciuto, e morirà, anormale, e allora il sindaco non impugna il TSO, ma convoca i vigili urbani, e per sicurezza, essendo il Mastrogiovanni un noto pericolosissimo sovvertitore, forse omicida, per troppo tempo a pie’ libero, chiama pure una dozzina di carabinieri.
Ora, uno normale, vedendo arrivare questo esercito di tutori dell’ordine si consegnerebbe fiducioso alle loro cure, ma, come ho avuto modo di spiegare, il Mastrogiovanni non è normale, perciò fugge. E la cosa più bislacca è che la fuga si conclude a mare, per cui il sindaco cos’altro poteva fare se non allertare una motovedetta, che molto solertemente fa allontanare i bagnanti, avvertendoli che sono impegnati in una caccia all’uomo?
Dispiace più che altro per quei due o tre fanciulli che sono in spiaggia con i genitori e i nonni, che a un certo punto vedono il loro maestro gigantesco, a pancia sotto, schiacciato da venti persone, faccia a terra, ammanettato, portato in ospedale, solo per loro dispiace.
La prova decisiva che non è normale è che quando lo portano in ospedale, e lo legano mani e piedi (lo legano per il suo bene, anche se lui dorme tranquillo), e non gli danno da mangiare per paura che si strozzi, lui dopo soli quattro giorni di contenzione decide di sua sponte di morire, cosa che di solito non accade con gli altri legati, e dire che se ne legano a migliaia negli ospedali italiani. E come mai nessuno è mai morto e Franco Mastrogiovanni sì? Perché non era normale. Ecco perché.
Non era normale. E c’è chi è sicuro che l’ha fatto apposta a morire, perché nella sua camera c’erano le telecamere a circuito chiuso che registravano tutto, e lui voleva metterli nei guai, e la sua è stata una morte politica, una specie di suicidio altruistico, un sacrificio fatto in nome di tutti i malati legati del mondo, per mettere nei guai quei poveri medici infermieri sindaci e gendarmi lillipuziani, l’ha fatto apposta a morire, questa specie di Gulliver maledetto.
****
Una settimana fa ho ricoverato un gigante. Ancora più alto del povero maestro di Vallo della Lucania. A occhio e croce più di due metri. Due giorni dopo è stato legato.
Ieri il povero gigante buono mi ha fatto una tenerezza. Viene da me, guardandomi dalla sommità di quei due metri di smarrimento, e mi dice: dottore, lo sa che mi hanno tenuto tre giorni legato a letto? Lo so gigante, lo so. Ma io l’avevo visto solo in televisione, mi fa, nel film La ragazza che giocava col fuoco, non credevo che queste cose capitassero davvero. Lo so gigante, lo so. E’ che tu sei troppo gigante, e quando volevi uscire da questa porta chiusa si sono messi paura, e il nostro psichiatra codardo ha pensato che era meglio tenerti legato. Veramente, non gli ho detto proprio così. Gli ho detto: vedi, io ti avevo ricoverato, ed era andato tutto bene, ti eri fidato, avevi preso un po’ di gocce ed eri andato a letto. Poi però ti sei svegliato di notte, e di nuovo volevi andar via, ma avevi le voci che ti dicevano di ucciderti, e non potevi andar via. Allora si son messi di santa pazienza il medico e soprattutto quell’infermiere napoletano (ma non tutti hanno la sua pazienza, specialmente di notte) e dopo due ore ti ha convinto a tornare a letto, e tu te ne sei andato a dormire. Ma quando il pomeriggio successivo hai detto di nuovo che te ne volevi andare e hai preso a sbattere sulla porta chiusa, lì ci voleva di nuovo quell’infermiere paziente, invece c’erano quelli che tutta questa pazienza non ce l’hanno, e hanno chiamato il medico, ma pure lui era tanto impegnato, stava in stanza a leggere, ed è uscito svogliato e rotto di scatole, perché la tua non collaborazione lo ha distratto dalla sua meditazione, e allora ha deciso che non si poteva fare altro che legarti, perché tu eri allucinato e le voci ti dicevano di ucciderti. No, di nuovo non ho detto così. Ho detto: guarda, chi ti ha legato non l’ha fatto perché è sadico, o perché ti voleva male, ma perché in quel momento non si poteva far altro … ho mentito al posto del mio collega.
Povero gigante buono, che non sai che essere due metri ti fa rischiare più di un normolineo, di essere legato. E considerati fortunato che non hai fatto la fine di quell’altro gigante, il disgraziato maestro di Vallo della Lucania.
La realtà, gigante, è che siamo commessi. Siamo meri esecutori dei crimini in tempo di pace. Perché fuori facciamo i comunisti, i progressisti, ci iscriviamo ad Amnesty International, votiamo Sinistra Ecologia e Libertà piuttosto che il Partito Democratico, compriamo la Repubblica, il manifesto, L’unità o Il fatto quotidiano, siamo contro i leghisti che vogliono gli stranieri fora da le bal. Ma quando siamo con il camice, dentro al nostro ospedale, dentro al nostro reparto psichiatrico, diventiamo carnefici come il potere ci vuole. E leghiamo la gente. E la chiudiamo dentro. E la sorvegliamo e la puniamo. Fora da le bal allo strano, al diverso, all’alienato. Nella nostra pratica professionale non siamo più comunisti, progressisti, democratici, tolleranti, ma perfetti fascisti.
(estratto da La fabbrica della cura mentale, elèuthera 2013)

http://www.news-forumsalutementale.it/gulliver-non-era-uno-normale-ovvero-vita-e-morte-del-maestro-anarchico-mastrogiovanni/