la società dei devianti

lunedì 22 giugno 2026

QUANDO I GRANDI PSICHIATRI SCRIVONO LETTERE AI GIOVANI PSICHIATRI




Mi viene come prima reazione di pensare, e dire a me stesso: e io che c’entro con loro? Che c’entro con la psichiatria? Me ne sono andato dal SPDC, lavoro ancora (non so per quanto) in un SerD e tra poco me ne vado anche dal SSN. Che c’entro dunque coi giovani psichiatri e perché dovrei convincerli a resistere? Soprattutto se le lettere aperte compaiono in un giorno di febbre, hai presente ‘ste febbri virali che durano un giorno e mezzo e senza altri sintomi se non la febbre stessa, una febbre che ti stende e ti psichedelizza per cui inevitabilmente vedi il mondo per come è: in fiamme, un mondo diventato un manicomio, un manicomio mondo in cui – come sempre succede nel manicomio - i più pazzi sono proprio loro, i direttori del manicomio. Intanto l’Italia, la psichiatria italiana, non si capacita del trick, ma come? C’eravamo liberati dei manicomi, lo abbiamo rivendicato con orgoglio al mondo, e ora la psichiatria italiana è tutto un manicomio camuffato, un conglomerato di caravanserragli del contenimento della devianza psichica, manicomi ancora murari seppur più piccoli e meno fatiscenti, dove le regole del manicomio sono intonse: chiudi, tranquillizzi fino ad atarassizzare l’umano in crisi, leghi, inietti depot, magari a tre mesi o meglio sei e ti levi il pensiero, eccetera, non fatemi continuare che ci siamo capiti, una psichiatria italiana consegnatasi – come tutte le altre – alla monarchia del farmaco, il totem farmaco che non si discute anzi ci si genuflette. Poco altro c’è, in quei luoghi detti enfaticamente Centri di Salute Mentale, il cui vero acronimo risponde a Centri di Somministrazione Medicinali. 

Poi qualcuno mi ricorda che c’entro. Ogni volta che vorrei per accidia sottrarmi al dibattito qualcuno mi tira dentro. Una volta fu quando uscì quel libro indegno che magnificava l’arte di legare le persone. Fui istigato a scrivere una risposta critica al cantore delle fasce. Stavolta una giovane Basaglia partenopea mi scrive Piero, e tu che dici? Taci? Dì qualcosa tu, le dico, e non è detto che non lo farà, visto che ci stiamo tirando dentro a vicenda. Intanto sono in treno che vado a Bologna, università, un incontro coi giovani futuri medici e forse psichiatri e psicoterapeuti entusiasti della nuova proposta terapeutica psichedelica. A loro, per esempio, bisogna viceversa raffreddare l’entusiasmo psichedelico, far capire quanto anche questo fuoco psichedelico rischi di diventare un fuoco fatuo, l’ennesimo, perché la psichiatria, questa psichiatria ancella del capitale, l’operazione di manicomializzare tutto ciò che incontra, lo sa fare benissimo. E lo sta facendo anche con la proposta terapeutica psichedelica.

Ma torniamo alla chiamata a resistere dei giovani psichiatri. Io non ho letto nel dettaglio la lunga lettera di Di Petta e nemmeno la breve risposta di Starace e nemmeno le altre risposte o commenti, sempre per quest’accidia che mi giustifico con la recente febbre, ma ho scorso la prosa fenomenologica di Di Petta, molto bella e avvincente come al solito, e pure la prosa epidemiologica di Starace, meno bella e avvincente ma intransigente e documentata, come suo solito, e chiedo loro perdono se nell’incipit li ho per un attimo accostati a Milone, chiaro che non c’entrano niente con Milone, questo è uno psichiatra ottocentesco che non ha nemmeno visto passare Basaglia, e tutta l’operazione libresca sua è infatti volta a dimenticare Basaglia; Di Petta e Starace sono invece tutto sommato degli alleati, erano degli alleati affatto ottocenteschi se mai novecenteschi, legati l’uno ai grandi fenomenologi del Novecento e purtroppo per lui non si è schiodato da loro – bisogna pur superarli i padri, o i maestri, a un certo punto - l’altro alla concezione basagliana del disturbo psichico condizionato dai determinanti sociali, politici economici (e pure questa fondamentale ma incompleta, c’è dell’altro, nella genesi del disturbo psichico). Due psichiatri importanti nel panorama italiano, due fari direi, a differenza dell’altro, che, a parte il libretto osannato, non lascia traccia di sè.

Ma perché trovo le riflessioni che da anni Di Petta e Starace ci propongono ormai ripetitive, stanche e senza prospettiva?

 

Perché non hanno, a parte l’annosa lagna o mantra o giaculatoria sulle risorse che non ci sono e gli operatori che mancano eccetera eccetera eccetera, un minimo di proposta realmente nuova su come fare salute mentale invece di questa squallida psichiatria neomanicomiale. 

Sulla mancanza di risorse e operatori – intendiamoci - siamo tutti d’accordo. Ma non basta questo unico argomento. Rapida sintesi: in Italia 70 euro all’anno per residente investiti in salute mentale contro cifre cinque-dieci volte maggiori in altri paesi d’Europa, quali Regno Unito Francia o Germania. In Italia i 30.000 operatori nei DSM sono pochi, ne servirebbe un terzo in più. Peraltro, quelli che ci sono per il 60% sono medici e infermieri, contro un 7% di psicologi. Perché mai ciò? Perché la domanda di psicoterapia non si può esaudire nei DSM? Perché i direttori preferiscono assumere operatori idonei alla gestione del totem farmaco, piuttosto che operatori in grado di fare relazione. Scelta politica, non trovate? Per questo e altri motivi meno di un milione di italiani si curano ogni anno nei DSM. Quanti italiani assumono psicofarmaci? (giusto per avere una stima dei pazienti in cura, stima ovviamente per difetto) Otto milioni e mezzo. Da chi vanno i pazienti che non si rivolgono ai DSM? Dai privati.

A questo punto chiedo un assist a Franco Rotelli. Questi servizi – disse - iatrogeni e patogeni, soffrono o, meglio, agonizzano proprio, lo disse nella sua ultima intervista – con la lucidità dell’uomo morente - “i servizi pubblici stanno morendo”, “la psichiatria pubblica è in via di sparizione”, sempre più sostituita da una psichiatria privata, e da una psicoterapia privata. “A rappresentare la psichiatria pubblica” - sempre Rotelli - “ci saranno solo i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura”, “e le galere” e le “REMS”, e le migliaia di “Residenze”. “Gli psichiatri pubblici tra poco li troverete solo nei SPDC, dove si concentrano - per un singolare fenomeno di risonanza - gli psichiatri più abili nell’arte di legare le persone”. Rotelli, non io. 

I colleghi Di Petta e Starace incitano i giovani alla resistenza. Resistenza? I giovani devono resistere? Resistere in questi caravanserragli della cura violenta e iatrogena che voi gli lasciate così apparecchiati? Gli consegnate una serie di istituzioni violente e degradanti e loro dovrebbero farci la resistenza? Ma la resistenza la fai per qualcosa in cui credi. Qualcosa per cui valga la pena resistere. E non vale la pena resistere in manicomio. Credetemi. Ci ho resistito 17 anni e – come scrisse Walter Siti – “resistere non serve a niente”. Almeno in manicomio. 

Riluttanza, piuttosto direi, altro che resistenza. 

Ma perché mai, oggi, un giovane psichiatra, dovrebbe andare a lavorare in un SPDC. E perfino resistervi. Per voi? Per voi che ve ne state andando in pensione e avete trascorso stoicamente un’esistenza professionale senza saper dire Vaffanculo a questo manicomio?

Il SPDC oggi è – vale per 300 su 318 a parte quei pochi che si proclamano no restraint e che sono sempre meno e che tra poco spariranno - un luogo feroce, carcerario, inumano, distopico, kafkiano. Immaginate una persona in crisi, con un delirio, con una depressione apocalittica, con un eccitamento maniacale, ricoverata in un posto sempre chiuso, sbarre, telecamere, sedazione, regolamenti ossessivamente simil carcerari, al minimo dissenso legamento al letto. Un incubo autorizzato. Non un luogo terapeutico. Decine di morti legati giunti agli onori delle cronache negli ultimi anni, ai Mastrogiovanni, Casu, Casetto, Latif, se ne aggiungono molti altri di cui non ne abbiamo saputo niente. 

Luoghi due volte patogeni. Per i pazienti che ne vengono ulteriormente violentati e traumatizzati. Per gli operatori che per sopravvivere ne vengono trasformati. Effetto Lucifero, definiva Zimbardo la capacità delle istituzioni violente di trasformare brave persone in cattive persone. Effetto Eichmann lo definisco io. “Ho solo eseguito gli ordini”. Sapeste quanti giovani infermieri o psicologi o psichiatri ho visto trasformati, plasmati dall’addestramento, dall’iniziazione ricevuta nel SPDC-manicomio. Tanti giovani futuri psichiatri incontrati qualche anno fa, entusiasti di Basaglia o anche della mia narrativa della riluttanza, dopo essere stati assunti in un SPDC sono cambiati, mai più sentiti, cooptati, addomesticati, normalizzati. 

Non tutti, si capisce, un dieci per cento tiene duro.

D’altra parte, non è per tutti essere dentro ma contro, o saper “infiltrare gli infiltrati”, per dirla con Basaglia. Devi averci un carattere leggermente rivoluzionario. Se non ce l’hai – dico a te, giovane psichiatra o psicoterapeuta che ti sei entusiasmato e commosso leggendo l’orazione di Di Petta e adesso ti sei messo in testa di resistere per conto loro – se non hai carattere, e non vuoi diventare un compitiere, un esecutore di ordini apicali, protocolli e linee guida, e trasformarti in un piccolo Eichmann che si giustifica dicendo “non volevo legarlo ma ho dovuto eseguire gli ordini del primario”, ebbene se ci tieni alla tua dignità e alla tua salute, stai lontano dagli SPDC. Altro che resistere.

E come faranno gli SPDC senza nuovi giovani psi? E come faranno le persone in crisi?

Io dico che gli SPDC vanno aboliti. Ma che diavolo! Tutta questa retorica nel ricordare Basaglia che nel 1964 proclamò l’urgenza di abolire i manicomi e ora credete davvero che siamo senza manicomio solo perché quei piccoli 300 manicomi si chiamano SPDC? Ma leggetelo meglio l’acronimo, non viene meglio a leggerlo Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Contenzione? Non suona meglio così, non è più rispondente al vero? 

Di Petta, Starace, e tutti voialtri che vi siete commossi alla lettura dello scambio epistolare, ma che diavolo c’è da salvare in questi reparti violenti incuneati dentro gli ospedali generali? Come li volete salvare? Avete qualche idea forse?

No. A parte dire risorse-risorse-operatori-operatori non avete altra idea. Non solo non avete grandi idee costruttive, ma nemmeno ogni tanto uno slancio destruens che vi porti a dire: ebbene sì, forse hanno fallito, iniziamo col fare a meno degli SPDC. No, sembra che questo sia un tabù. Non si può dire. E non lo dite infatti. 

Ricordate il misero progetto per superare la contenzione meccanica di qualche anno fa? Ricordate i 60 milioni di euro per liberare gli SPDC dalle fasce? Gettati al vento. Chi s’è comprato la macchina per l’elettrochoc e chi ha fatto venire infermieri spagnoli a insegnarci la de-escalation. Se non hai idee il danaro non serve. Gli SPDC in quel biennio brulicavano di operatori in più, assunti a tempo per realizzare il progetto, ebbene: i legati erano legati nelle stanze di contenzione al solito modo. Non è cambiato niente. 

Ora il lettore realista sta leggendo con irritazione ciò che scrive questo psichiatra idealista e velleitario che fa demagogia e chiede l’abolizione dei SPDC.

Ma perché no? Non vi pare un esperimento fallito un reparto che gestisce la crisi psichica come un manicomio? Abolire gli SPDC per stornare tutte le risorse, umane ed economiche, ai CSM, che finalmente potrebbero essere sempre aperti, 24 ore e 365 giorni l’anno. 

Questo spostamento di focus, eliminare l’SPDC forte, rendere forte il CSM che oggi è debole, anzi debolissimo, cambierebbe decisamente anche i criteri con cui gli psichiatri esercitano il TSO.

Ricordo il terzo criterio del TSO: non vi sono le condizioni e le circostanze per adottare tempestive e idonee misure terapeutiche extraospedaliere. Dunque, CSM sempre aperti renderebbero più facili le cure volontarie. 

Ovviamente – ma questo è un discorso lungo che non pretendo di affrontare qui – i CSM vanno risignificati, pure loro restituiti al vero significato dell’acronimo: Centri di Salute Mentale e non Centri di Somministrazione Medicine. Bonificati dalla monarchia del farmaco. Riabitati da una serie sterminata di terapie “mentali” che, estromesse dal farmaco, non trovano ospitalità in questi luoghi.

E non parlo solo della cosiddetta psicoterapia che “al CSM non abbiamo le risorse per farla”, ma meditazione yoga ipnosi respirazione e decine di altre terapie dove si lavori con gli stati di coscienza, aprendo la coscienza o modulandola e non per forza crepuscolarizzandola.

Ma gli psichiatri non si occupano di coscienza, nevvero? Che cos’è la coscienza, questa sconosciuta. 

Perché questa è la vera questione, o giovani psi: psichiatri, psicoterapeuti, terapisti del mentale o dell’anima o dello spirito eccetera, sanno davvero curare? Sanno prendersi cura? Sanno essere terapeuti? 

O sanno solo blandire sintomi? 

Un chirurgo sa operare un cardiologo sa curare il cuore un ortopedico bravo sa rimetterti in asse il femore rotto un odontoiatra sa rimetterti in condizioni ottimali la tua bocca in modo da farti tritare il cibo al meglio e farti sorridere al mondo. 

Uno psichiatra bravo o uno psicoterapeuta bravo che cosa deve saper fare per essere un bravo terapeuta?

Parliamo di quelli che stanno in cima. Che dovrebbero essere i più bravi. E’ bravo forse uno psichiatra direttore di DSM che organizza servizi che non servono che muove e sposta risorse monetarie o umane (che poi è la stessa cosa) che inventa slogan o definizioni tipo recovery o budget di salute o buone pratiche o prevenzione o interventi precoci, che allestisce immensi dipartimenti di salute mentale composti di sottounità dette unità operative complesse composte di sottounità dette unità operative semplici dirette da decine di sottodirettori compitieri esecutori scrivani incapaci di dissentire dire un solo no nella vita, DSM separato e parcellizzato che manco i manicomi che c’erano prima erano così parcellizzati. Luoghi di cura dove altri sono incaricati della gestione. Dove lo psichiatra direttore non è più un terapeuta ma un burocrate che pretende il perfetto funzionamento. E perfetto funzionamento non è curare le persone ma che non ci sia caos, non disordine, non anarchia. Ma per avere tutto in ordine o “tutto in sicurezza” come scrivono questi fascisti finanche nelle cartelle cliniche devi chiudere le porte dei reparti devi mettere possibilmente telecamere devi organizzare i tempi gli orari le prassi secondo regolamenti che nemmeno in carcere. Devi sanzionare il paziente impaziente e indomito. Appena sbaglia lo leghi. Capisce lui capiscono gli altri. Creare un clima di ubbidienza e terrore. Sedare coi farmaci fino ad annichilirlo, soprattutto se è legato perché la persona legata grida di più e ciò genera disturbo per gli altri degenti, che poi mossi a pietà o compassione o empatia tentano di slegare il collega di sventura, e succede che lo psichiatra debba poi legare a cascata anche gli altri solo perché volevano liberare il primo. 

Allora un bravo chirurgo o cardiologo ti saprebbe operare o aggiustare il cuore un bravo psichiatra che cosa saprebbe fare? Rivolgetevi a un direttore di dipartimento o a un luminare senza lume universitario per – mettiamo – una psicosi. Una cosiddetta psicosi. A parte prescrivere sul ricettario sormontato di lauree e specializzazioni almeno 4-5 psicofarmaci ma si arriva (ho le prove) a 10 psicofarmaci più esketamina e stimolazione trascranica, a parte questo non saprebbe che altro fare. Perché lo psichiatra più è in alto più ha potere meno sa fare. È una regola infallibile: più c’è ego meno c’è spirito di servizio. C’è qualcuno forse che va a farsi curare dai grandi direttori di dipartimento o prof universitari e non faccio nomi tanto li sapete, che abbia riportato un qualche giovamento? No. Perché a parte dare numeri e diagnosi e farmaci e incarichi non hanno niente in mano. Sono giocatori d’azzardo in perdita continua, sono bluff che bluffano. Hanno un mazzo di carte (terapeutiche) che sono una partita persa. Se ti rivolgi a loro privatamente – mettiamo - e non sei molto grave ricevi una manciata di pillole, se sei grave ti inviano in uno dei loro reparti pubblici, affidandoti ai loro sottoposti. A quel punto entri ufficialmente nell’incubo. Incubo al quadrato. E non sai più se l’incubo è il tuo disturbo – delirio voci euforia depressione apocalittica eccetera – oppure l’incubo è il luogo kafkiano che dovrebbe curarti. Il rimedio è mille volte peggio del male. 

Questa – in tutto il mondo – è la psichiatria. 

La psichiatria in Italia – che negli anni 70 si spinse 50 anni avanti rispetto al resto del mondo – oggi è 25 anni indietro. Eliminammo i manicomi d’accordo. Ma eliminare i manicomi fu molto più semplice perché ciò accadde in anni rivoluzionari, gli anni 70, e perché i manicomi erano retaggi medievali che perfino il nuovo manicomio di big Pharma voleva veder scomparire. Bravi psichiatri critici e anti-psichiatri: toglieteci il manicomio di mezzo, un bel favore, che noi vi obbligheremo a prescrivere farmaci a tutti. Come al solito sarete voi – gli psichiatri – gli esecutori del manicomio, ieri era fatto di muri oggi di chimica ma sempre voi gli esecutori, i compitieri, i guardiani della normalità. 

Gli psichiatri oggi – nella gran parte – non vedono il nuovo manicomio così come ieri non vedevano il vecchio. Davvero. Come i nativi americani non vedevano le navi spagnole di Cortés, gli psichiatri non vedono i manicomi e continuano a credere che essi siano artefici di cura, anche se glielo spieghi lentamente, gli fai lo spelling, glielo scandisci: i chili di farmaci che prescriverete ai vostri pazienti per tutta la vita sono comunque 

M A N I C O M I O, 

peggio dell’altro, ci vuole tanto a capirlo? Ma niente, non ci sentono, non lo vedono, un problema neurologico, scotoma, chiamatelo come vi pare, non se ne esce, l’unica è uscire noi dalla psichiatria così come uscimmo dai manicomi (ancora Rotelli, o Saraceno, non ricordo: Uscire dalla psichiatria come uscimmo dal manicomio).

Altro che invito ai giovani psichiatri a resistere. Piuttosto, come disse Eduardo De Filippo: Fuietavenne!

Solo allora, dopo aver fatto macerie di questa psichiatria neomanicomiale, proveremo a fare salute mentale. Che le idee ci sono, o giovani psichiatri, dovete solo essere più curiosi, meno passivi, e andarvi a cercare altri autori, altre risposte, altre proposte. Che non troverete ai vertici del potere psichiatrico.

 

 

venerdì 20 aprile 2018

storia della follia e dell'antifollia in quattro ore e un quarto


A proposito di questo libro che esce a maggio, cosa dicono le prime persone a cui l'ho fatto leggere quando era ancora manoscritto in costruzione?


Paola (la mia editor incognita) dice: lo stato è assai migliore di quel che mi aspettassi dalle (tue) premesse, anche dal punto di vista della forma (mi hai detto di astenermi e mi adeguo, giusto come curiosità statistica conterei il numero di volte che hai scritto iatrogeno).
Comunque si legge tutto 
(o quasi) con piacere e rapidamente.
Capitolo 1. La tua capacità di compendiare con brio misto a sarcasmo, inutile a dirsi, è tra le migliori qualità. L’ho trovato molto interessante e con un bel ritmo ma quindici pagine appaiono pochine e anche se in seguito metti le mani avanti su possibili sciatterie, manca qualche approfondimento. Magari nell’economia complessiva del libro può anche andare, ma avrebbe meritato più spazio. Attenzione, però, che ci sono alcuni errori. Ripassaci sopra (en passant: la tua interpretazione dei postulati quantistici è a dir poco azzardata, ma per fortuna se ne accorgeranno in pochi).
Capitolo 2. Bello, quasi perfetto (tolta qualche ripetizione e qualche effetto di saldatura). Financo lirico. Tra le varie cose, un’ode all’impegno civile che m’ha a tratti emozionato (io sono emotiva, però). Anche qui avrei voluto che durasse di più e alcuni passaggi mi sono parsi frettolosi lasciando il sapore del non detto. Parrà strano, ma suona anche nuovo.
Capitolo 3. Ho perplessità sulla deriva autoreferenziale. Io la penso così, se lo chiedi a me. Altri ti diranno che è fichissimo così. Metto in blocco l’istinto di protezione e dico: decidi tu.
Premesso ciò: il patto carreriano col lettore è una ripetizione troppo smaccata (ma poi c’entra?), seppur il pezzo dell’ostia sia molto simpatico, io eviterei di ripetermi.  La parte autobiografica potresti pure sfrondarla leggermente. L’excursus sui farmaci è sempre molto interessante (talmente sicuro di sé che ormai vive di vita propria). Tuttavia tagliare (se hai necessità di bilanciare le varie sezioni) non sarebbe un delitto, considerando che c’hai scritto già un libro sopra. Tutta la parte sul libro di Rotelli è ok (e tranquillo se volevi esprimerti sull’impellenza di farsi narratori, il messaggio è passato!).
Buono l’esempio di come si crea depressione (avresti potuto persino dilungarti).
L’incipit con polemica con gli psicanalisti, non mi ha convinto fino in fondo, ma forse era solo ora di dormire.
Capitolo 4. Non so se sia giusto scrivere il manicomio digitale o no (tanto lo scriverai) ma è impossibile prescinderne (in tutte le sue declinazioni). Se la nostra conversazione (in senso largo) non si fosse interrotta di nuovo, ti avrei detto che era proprio questo l’elemento da aggredire, dopo il contemporaneo dei farmaci, nessun narratore che si rispetti può esimersi dal postcontemporaneo. Ok, evidentemente non ce n’era bisogno. Il panottico digitale, quello che hai scritto mi pare ok, incluso i piccoli episodi autobiografici, per quanto aggiungere uno sguardo professionale più approfondito oltre che filosofico, non avrebbe guastato. Mi aspetto che l’attualità si rimpolpi con i pezzi esterni.
Dovresti separare la parte successiva (quella che riparte da Sammelweis per capirsi), troppo discontinuità, non credo abbia senso tenerli nello stesso capitolo.
Epilogo. Non credo che tu voglia davvero mettere questa cosa qui, così personalistica e autoreferenziale, se così è non posso fare commenti utili (vedi sopra). Salverei solo da dove parli di parresia fino alla fine, che mi sembra più interessante.
Fossi in te aspetterei di avere una bozza del libro in toto prima di decidere se e cosa tagliare, ammesso che sia compatibile con i tempi editoriali. Comunque le premesse sono buone, anche di più.

Nicoletta (la poetessa madonna de La società dei devianti) scrive: è un gran bel libro e tu sai scrivere veramente bene! è una cavalcata avvincente, appassionata, magnetica e ben impostata. Per fortuna, poco distacco e molti corpo a corpo. Ed è vero: hai talento nel raccontare anche il pensiero degli altri, mirando subito al cuore della faccenda o alle sue contraddizioni e, vivaddio, senza annoiare. Utile l’inciso su Slavich e mi piace molto la scelta di narrare le vicende di quegli anni attraverso la tua formazione di psichiatra: è mirata, non narcisistica ed è più efficace di qualsiasi ipocrita distanza. Il finale del paragrafo sui disperati portatori di speranza mi ha emozionata, hai fatto bene a riprendere i temi de Il manicomio chimico nel terzo capitolo, altrimenti sarebbe stata una narrazione monca. Mi ha impressionato il tuo coraggio nel discorso dellagape. Bellissimo. Per due volte scrivi che avresti dato la parola ad altre persone nella seconda parte. Io però non lho visto. Cosa intendevi? Ci sono tre cose che mi convincono meno: 1. la posizione del paragrafo "Basaglia come Semmelweis". E’ utilissimo, è ben raccontato, però mi sembra fuori posto. Trovandolo dove lo metti tu, sembra di rallentare, quasi una ripetizione (che invece non è), e di tornare indietro. Lo anticiperei al capitolo precedente. 2. L’introduzione al capitolo tre: non so, la toglierei, mi pare non aggiunga niente al tuo discorso generale e che rallenti il fulmine. 3. una sciocchezzale prime tre righe del paragrafo su Carrère sembrano prese pari pari (proprio pari) da La società dei devianti. Se proprio vuoi ribardirle, proverei a cambiare formula. E niente, per il resto - ora sono io che mi ripeto - leggerti è un gran piacere. Quasi ipnotico. Hai senso del ritmo, dellironia, dellaffondo e a volte, presi dal tuo racconto, sembra perfino di ballare.

Nicoletta aggiungeieri ho letto la seconda parte. Trovo importante che tu abbia dato spazio a diverse altre voci che, a loro modo, resistono combattono e si confrontano con le angustie della psichiatria odierna. Mi piace anche la scelta che hai operato sulle persone che avevano qualcosa da dire. Questo conferma ciò che dice Rotelli, che sebbene ancora pochi non siete soli. Il taglio finale collettivo dà allora più speranza e quindi rinforza e potenzia quello che già scrivi da anni. Coagulare intorno al tuo testo altre tracce ed esperienze che gli fanno eco è un modo anche per amplificarne la portata. Mi piace la tua introduzione alla seconda parte del libro, però il primo paragrafo mi sembra totalmente mutuato dalla prefazione de La società dei devianti. E’ uno smaccato de ja vu che un po’ disturba. Tieni presente che tra le persone che prenderanno questo nuovo libro eleuthera ci saranno moltissimi e appassionati lettori della trilogia e non tutti saranno smemorati. Entusiasmante è il pezzo di Gianni Cappelletti. Il suo percorso è lucido e coerente e hai fatto bene a metterlo per primo. Il testo di Lara Bellini è prezioso e originale. Illuminante. Vien proprio voglia di cercarla in altri libri, se ne ha scritti. Efficaci Lorenza Ronzano e Donato Morena (a parte i suoi due ultimi paragrafi un po meno incisivi). Anche quella dellinfermiera Cristina Comunale è una dolorosa presa diretta sul reparto. Mi ha sorpresa la filosofa impaziente Paola Ferrari. Vorrei trovarla su fb per seguire anche i suoi post. Davvero bravissimo Francesco Andreani. Chirurgico e sintetico. Chissà che continui a scrivere. Lo sa fare. Le interviste sono tutte godibilissime, peccato che finiscano presto. Silvano Agosti è una luce! Ottima lasciugatura delle domande a Virzì. Spero sempre che riusciate a inserire anche Gifuni e Caparezza, perché se ne leggerebbero volentieri delle altre. Sono felice che tu abbia scritto un libro così e secondo me farà il botto.

Lara (esperta di jazz economia e salute mentale pur senza patente) scrive: le tue introduzioni, belle. Mi piace la casualità del lacaniano e me. Però spero non ci rimanga male a leggersi così. Gli hai parlato di persona dei motivi per cui non lo pubblichi? (Con l’età sono ancora più empatica del mio solito)L’unica cosa che mi preoccupa è che, viste le informazioni su di lui che condividi col lettore, non so se si riesca a mantenere l’anonimato. Per quel che mi riguarda, mi piace dove mi hai collocato, fra gli inventori, e come hai descritto il nostro incontro. La vita me la sono dovuta proprio inventare. Non sono mai stata paziente psichiatrica - per mia fortuna voglio aggiungere, visto lo stato attuale della psichiatria. Lo scritto che ti ho spedito è in realtà come vivo la vita, è la mia cura quotidiana. Vivo ragione e sragione e sono entrambe parti importanti di me. Ora sto leggendo gli altri scritti: bellissima la parte di Gianni Cappelletti, lo andrò a trovare di sicuro, anche perché a Londra ho un orto urbano. Quando mi hai chiesto di scrivere il pezzo mi hai fatto un regalo bellissimo, dare voce al lavoro di una vita, un lavoro che ho fatto su di me, e insieme agli altri/e. Ho dovuto inventarmi la vita ma senza una comunità amorevole è tanto difficile, no? Ora continuo a leggere gli altri scritti. Grazie di tutto Piero

Paola (ancora la mia editor clandestina) mi riscrive, dopo aver letto la seconda stesura: hai avuto una bella idea e anche ben realizzata, puoi ritenerti giustamente soddisfattoDetto ciò: non ho letto tutti i singoli contributi di inventori e impazienti, eccetto Ivan Fëdorovič e altri estratti qua e là. Ma tu certamente avrai selezionato e valutato per cui saranno tutti di livello. Spero. Comunque, a scorrere paiono ben assortiti. Le interviste invece sì, le ho lette, seppur in momenti diversi. Casomai ti interessasse ho la mia personale classifica: Silvano Agosti, Lagioia, Capovilla e in ultimo Virzì (pregiudizio forse). Comunque, ottimo lavoro. La tua breve storia della follia l’avevo passata al lanternino al primo giro (sebbene la maggior parte delle note a margine siano rimaste a me). Dando un’occhiata qua e là ho notato che hai aggirato un paio di mie considerazioni con delle avvertenze ad hoc per il lettore. Vada lo stratagemma per iatrogeno, ma con l’autoreferenzialità l’effetto è di alimentarla. Pensaci. Sempre unicamente a scopo di cronaca, ribadisco che in alcuni passaggi del terzo capitolo vedo rischio ripetitività. L’introduzione alla seconda parte “chi cura chi” ok che è un cappello, un raccordo e non ci si può attendere chissà quali vette, ma così non mi convince molto. E’ una questione di forma, s’intende, però l’ho trovato piuttosto svogliato e troppo elencatorio. Avrei scelto un taglio diverso, più letterario per trasmettere l’urgenza di questa operazioneCredo che tu possa fare di meglio con poco sforzo.
Finale Bolano/Basaglia: me lo mandasti tempo fa e sul momento m’era apparso un po’ naif (il caffè d’oltre tomba mi fa un po’ Lavazza, sarà colpa del mio lato nazional popolare) e vagamente pretenzioso.
Ma (ri)letto in coda alle interviste, l’impressione è stata assai diversa. Trovo che ci sta. Va in crescendo (lo preferisco dalla seconda paginetta in poi). Molto bello il dialogo puntellato con gli estratti da Bolano. Il lirismo del pezzo è in parte ridimensionato dalla solita esigenza di sottitolare, mettere didascalie. Se fai lo
spregiudicato, fallo fino in fondo. Abbi fiducia in te e nel lettore. E se poi non capisce so cazzi suoi.
Infine, un dettaglissimo: lascia solo L’intervista impossibile (ovvero Basaglia incontra
Bolaño, io di nascosto prendo nota). Fa più fico.

Donato (giovane psichiatra cane pure lui in chiesa) scrive: ho appena finito di leggere il libro, che te li dico a fare i complimenti! Anche se, a proposito di psichiatria digitale, ho paura che i tuoi libri stiano diventando oramai una sorta di tutorial per futuri operatori basagliani. Per fortuna la signorina anarchia ti (spero ci) salverà. Più seriamente, le riflessioni che fai mi sono servite davvero a pensare meglio, a ricapitolarmi l’anamnesi e a mettere ordine tra quelle immagini e quei pezzi sparsi di parole che si sono ammucchiati in questi anni di vita e di formazione. Ecco, ti ho fatto i complimenti. Però sono soprattutto ringraziamenti, che non vorrebbero essere banali ma, appunto, seri perchè se a volte mi viene il sospetto di delirare, posso pensare così che siamo almeno in due. E spero di più, così da diluirlo questo pensiero delirante come vorrebbero farci credere, e poter trovare una porta d’uscita a quest’era prestazionale, e direi disperata (con annessa desensorializzazione).
Va bene, non ti tedio, e in maniera stitica alla Han ti riporto alcune cose minori sul testo:
Trovo un po’ complicato il passaggio del paragrafo in cui parla Manlia Cerri, non capisco bene dove vuole arrivare;
i bambini e gli adolescenti sono diventati i migliori clienti della farmacia psichiatrica, direi anche gli anziani, ormai la totalità, dementi e non (ma forse sarebbe un di più visto che poi non ne parli);
parli del passaggio al DSM-5, mi vengono in mente quelle rare lezioni misere, più che altro dei riscaldamenti in vista dei convegni, in cui i professori universitari si esercitavano a raccontarci gli insulsi cambiamenti nosografici come se fossero una normale, naturale evoluzione della psicopatologia. E noi ce li sciroppavamo come l’aggiornamento di un software. Ma, se anche ci fosse venuto in mente di chiederne spiegazione, tacendo ci siamo risparmiati un imbarazzo reciproco. Ipse dixit.
A proposito dell’idios kosmos e degli idioti, anche Basaglia diceva di essere stato l’idiota della famiglia, (l’idiot de la famille, riprendendo Sartre nella sua ricerca sulla vita di Flaubert) almeno così dice Giannichedda nella sua introduzione all'Utopia della Realtà.

Sabrina (astrobibliotecaria): ho letto la tua storia dell’anti-follia. Mi piace come racconti le cose. Forse ho capito cos’è che stai cercando. Potrei farmi i fatti miei, hai ragione se lo pensi. Non mi offendo se me lo dici. Mi è piaciuto tanto, comunque. Utile e dilettevole, davvero. E’ proprio così. Ho appreso e mi sono divertita, divertita in modo articolato (non solo sorrisi ma emozioni svariate). Stai cercando significato, io questo avverto, ecco, adesso lo so dire. Dal primo libro tuo che ho letto. Ecco perché mi venne in mente quel libro di Teller, Niente. Mi piace questo cercare significato, lo trovo palpitante. Tutum palpita, si sente.
Sì però un po’ mi vengono anche i nervi, perché hai scelto di fare lo psichiatra? Non mi convinci quando parli di questo. Che mestiere ti credevi che fosse? Quale immagine ti ha chiamato?
Le rispondo: Finché non ci sei dentro non sai ciò che ti aspetta.
Questo l’ho capito. Ma un’aspettativa tua, ve bene smentita poi dall’esperienza, un’aspettativa tua, come può avercela il bambino che vuole fare l’astronauta o il postino, dovevi avercela anche tu.
Le rispondo: Forse i tarocchi potrebbero aiutare, sono stato soggiogato dalla carta del matto, dopo la quale è uscita quella dell’alchimista e poi dello scrittore.
E lei: Risposta estetica.
E lo so, a te non la si fa.

Ecco. Prima del 13 maggio esce questo libro.





martedì 27 gennaio 2015

La regione delle case di cura



di Piero Cipriano




Di mestiere faccio lo psichiatra. Lavoro a Roma. In un SPDC. Uno dei ventuno SPDC
chiusi, blindati (tranne uno), uno dei ventuno SPDC dove si adopera la contenzione
meccanica, le fasce insomma (in tutti, nessuno escluso, vige questa pratica).
Nel Lazio i pazienti con crisi mentale acuta dopo i dieci giorni (in media) trascorsi in
SPDC, nel 70% per cento dei casi proseguono le cure (cure che significa avere un letto, e
ingoiare farmaci) in una delle dodici case di cura presenti nella regione.
Il Lazio concentra il maggior numero di posti letto psichiatrici privati d’Italia. Forse è
(anche) per questo che i Dipartimenti di Salute Mentale di questa regione sono così
sofferenti: le case di cura succhiano la maggior parte del sangue destinato ai DSM.
Ricordo le parole di Basaglia, all’indomani della 180: “la malattia mentale è un grande
affare”, “le cliniche private vivono sui matti”, “più matti più soldi”, “il numero dei malati
mentali aumenta anche grazie a questi imprenditori della follia”, “sarà più facile chiudere
i manicomi che le case di cura private”. Proprio così.
Eppure la 180 significava innanzitutto restituire ai malati i loro diritti. E tra questi il
diritto ad avere una casa. Che il manicomio non è una casa. Che una casa è là dove ti
senti a casa. E una casa di cura mica è una casa, anche se tutti la chiamano casa. E se il
denaro lo spendi per il posto in casa di cura, che si chiama casa, ma non è una casa, ecco
che poi non ce l’hai, tu Stato, tu Servizio Sanitario Nazionale, tu Dipartimento di Salute
Mentale, il denaro per trovare una casa all’utente che magari non ce l’ha una casa dove
ritornare, dopo che la crisi gli è passata.
Nelle case di cura private del Lazio i malati sono internati a singhiozzo: passano uno due
tre mesi ricoverati, poi fanno una pausa di una o più settimane, per ricominciare nella
stessa o in altre case di cura private, come fossero villaggi turistici della cronicità, della
lungodegenza, della manicomialità, talvolta, se stanno un po’ peggio (gli acuti nelle case di
cura private non li vogliono, gradiscono solo i tranquilli, non gli agitati), si fanno una
decina di giorni in SPDC, dove la dose di farmaci può essere più generosa (i SPDC sono
apposta inseriti nell’ospedale, dove c’è la Rianimazione, in caso di bisogno). Insomma, le
case di cura private sono uno dei luoghi centrali di quella perversa istituzione definita
manicomio circolare, o manicomio diffuso.
Il totale, nel Lazio, fino a poco tempo fa, era di circa 1300 letti nelle dodici case di cura
private, contro i circa 270 nei ventuno Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura. Segnalo
che la ricerca Progres Acuti riportava, in Italia, 3997 posti nei 323 SPDC d’Italia, e quasi
altrettanti (3956) nelle 56 case di cura private. Per cui il conto è facile: un terzo dei posti
letto nelle case di cura private italiane si trova nel Lazio.
Una di queste, la clinica San Valentino, è perfino attrezzata per somministrare gli
elettrochoc. Nel Lazio l’ultima struttura pubblica a erogare la terapia elettrica è stata la
clinica universitaria del Policlinico Umberto I, nella seconda metà degli anni Novanta.
Questo era lo stato dell’arte, chiaro, seppur inquietante, della residenzialità psichiatrica
privata nel Lazio. Negli ultimi mesi del 2014, però, la situazione descritta sopra è
repentinamente cambiata, ma, capiamoci, solo gattopardescamente, perché in realtà è
rimasta sostanzialmente tale e quale a prima.
Dando attuazione a un vecchio decreto della regione Lazio del 2010 le Case di Cura
Neuropsichiatriche sono state per così dire “riqualificate” in Strutture per Trattamenti
Psichiatrici Intensivi Territoriali (STPIT). Che significa ciò? Significa che alle case di cura del
Lazio sono stati assegnati trenta posti letto, per un totale di duecentoquaranta, destinati
ai pazienti dimessi dai SPDC che hanno ancora necessità di proseguire il trattamento.
L’intento di questo decreto è di superare la dimensione custodialistica che l’ex casa di
cura rappresentava, per porre, finalmente, l’accento sulla continuità assistenziale-
terapeutica. Per cui, adesso, si parla di “recupero a gradini”, con un diradamento
progressivo dell’aspetto assistenziale e intensificazione di quello riabilitativo. Questo
percorso inizia, di solito, col ricovero in SPDC, prosegue col passaggio nelle STPIT
(Strutture per Trattamenti Psichiatrici Intensivi Territoriali), poi nelle SRTRi (Strutture
Residenziali Terapeutico-Riabilitative per trattamenti comunitari intensivi), poi nelle
SRTRe (Strutture Residenziali Terapeutico-Riabilitative per trattamenti comunitari
estensivi), poi nelle SRSR 24 h (Strutture Residenziali Socio-Riabilitative a elevata
intensità assistenziale), infine nelle SRSR 12 h (Strutture Residenziali Socio–Riabilitative
a media intensità assistenziale). Nomi difficili che neppure io ho memorizzato né sarò
mai in grado di farlo, per chiamare in modo diverso le ex case di cura, e per dare una
parvenza di territorialità a ciò che territorio non è, perché è una forma ancora più
subdola, più organizzata, del cosiddetto manicomio circolare (o manicomio diffuso): si continua
insomma a ragionare in termini di posti letto e contenitori invece che di percorsi di cura.
Da un calcolo sommario, adesso, sono circa ottocento i posti letto distribuiti tra queste
sigle che sempre case di cura sono, e ogni posto letto costa circa duecento euro al
giorno, duecento euro per mangiare dormire e ingoiare farmaci (e qualche volta prendere
qualche scossa elettrica), duecento euro che è il doppio di un’ottima pensione completa
in un medio albergo. Per questi letti, per questi luoghi della clinica, per questi luoghi
dell’allettamento, nel Lazio ogni ASL eroga circa la metà del budget dei Dipartimenti di
Salute Mentale. E quanti Centri di Salute mentale aperti nelle ventiquattro ore e per sette
giorni alla settimana si potevano realizzare con questo danaro?, e quanti operatori precari
assunti?
Quando parlo di questo argomento con molti colleghi romani, che pure sembrano
forniti di buon senso, dicono che la realtà dei CSM aperti nelle 24 ore non è praticabile
in una città così grande e complessa. Tutti rassegnati all’ineluttabilità delle case di cura,
della clinica, del letto, del clinos, della salute mentale che si fa da sdraiati.
Ma qual è la situazione dei DSM? In breve direi che i servizi dei DSM sono deboli nel
territorio (CSM sempre più sguarniti, contenitori senza contenuto, pochi operatori e
usurati o scettici o custodialisti) e forti nell’ospedale (SPDC con pianta organica ben
fornita di operatori, dieci psichiatri, venti venticinque infermieri per un SPDC di dodici
posti, per fare un esempio, stile pressoché sempre restraint, porte chiuse, fasce sempre
pronte, dosi generose di farmaci e depot ormai già dalla prima crisi), e con la prassi
condivisa del proseguimento cure in casa di cura, che ora abbiamo detto non chiamasi
più casa di cura ma STPIT, ovvero, con perfida manomissione delle parole, Strutture per
Trattamenti Psichiatrici Intensivi Territoriali: sono territorio insomma. Ebbene: a che ci
serve a noi del Lazio non solo il CSM nelle 24 ore e nei 7 giorni, ma perfino il CSM nelle
10-12 ore e nei 5-6 giorni, a che ci serve se l’assistenza territoriale s’è trasferita
efficacemente nelle case di cura? la regione delle case di cura

domenica 9 novembre 2014

Gulliver non era uno normale (ovvero vita e morte del maestro anarchico Mastrogiovanni)


Dicono che Franco Mastrogiovanni non era uno normale. Dicono che già alla nascita pesava più di cinque chili e misurava oltre sessanta centimetri. Da bambino, anche se non abbiamo notizie circostanziate, si dice che avesse un po’ troppi grilli per la testa. Da adolescente, poi, manifestò del tutto la sua anormalità iniziando ben presto a professarsi anarchico. Ma Lombroso ce l’ha insegnato, con la sua ineguagliata tassonomia (nessun altro li ha descritti così bene): l’anarchico non è uno normale!
Ora, è ovvio che, in contumacia, non lo possiamo desumere che tipo di anarchico fosse il Mastrogiovanni, se un anarchico pazzo, come Giovanni Passannante, o un anarchico criminale, come Ravachol, o un anarchico passionario, come Sante Geronimo Caserio, la testa calda che pugnalò il fegato di Sadi Carnot con un coltellino dal manico rosso e nero. Ecco, forse potrebbe rassomigliare, per il fisico epilettoide, per le mani gigantesche e per un carattere forse gliscroide che l’avrà reso precocemente ossesso per l’anarchia e i tiranni, e per quella sua faccia buona, forse Mastrogiovanni potrebbe rassomigliare proprio al Caserio, non certo al tipo più pericoloso di questa categoria, non certo all’anarchico anarchico: il tipo Bresci. No, come Gaetano Bresci, l’uccisore di re, proprio no.
Ora, quest’uomo cresce in eccesso. Cresce in altezza, che sarebbe il male minore, seppure supera, non ancora sedicenne, addirittura il metro e novanta. Ma proporzionalmente alla statura gli cresce pure quel sentimento pernicioso detto iperestesia. Perché, chiarisce il Lombroso, questo è il sentimento patologico che rende anarchico un anarchico: l’iperestesia. Ovvero un eccesso d’onestà.
Dunque, quest’uomo si fissa con una strana storia di cinque calabresi uccisi in un incidente stradale due anni prima. Perché pure quei cinque erano anormali come lui. Deliranti, gente che si faceva erronee convinzioni nella testa e voleva dimostrare al mondo che aveva ragione. Quei cinque indagavano su un treno deragliato dalle parti di Gioia Tauro. E dove sarebbe il fatto straordinario? I treni deragliano, delle volte. Invece quei cinque sostenevano di avere le prove che il deragliamento non era stato accidentale. Ma guarda caso pure la loro macchina, sull’autostrada del sole, all’altezza della villa di un fascista, tale Valerio Borghese, pure la loro macchina impazzisce, e si scontra col TIR di un camionista, pure lui un fascista (altra coincidenza).
Il Mastrogiovanni un giorno stava passeggiando sul lungomare di Salerno, e discorreva con due amici, e si stavano dicendo proprio questo, che non poteva essere normale quell’incidente d’autostrada capitato a quei cinque, due anni prima. Quando ecco due giovani fascisti gli si parano davanti. Ora, se il Mastrogiovanni fosse stato normale, non si sarebbe fatto trovare, in giro, di sera, in compagnia di quei due, e se fosse stato normale, alto come tutti un metro e settanta, non avrebbe preso la coltellata alla gamba, perché i fascisti magari lo avrebbero preso solo a pugni, invece a un bestione alto più di un metro e novanta lo devi per forza accoltellare, anche se lo puoi infilzare solo a una gamba, perché più sopra non ci arrivi.
Uno così alto, poi, se tu carabiniere lo arresti, perché nella colluttazione il fascista col coltello è morto, lo devi per forza trattare male, perché ha tutte le caratteristiche del mostro, deforme, omicida, e non deve passarla liscia. Se poi un giudice lo assolve, il gigante rimane sempre il complice di un assassino, resta sempre lombrosianamente anarchico, e non smetterà mai d’essere un pericolo per la società.
Se poi il Mastrogiovanni inizia a ricevere telefonate minatorie, minacce, dispetti, uno normale non ci darebbe importanza, perché saprebbe di essere nel giusto, di essere innocente. Invece il Mastrogiovanni scappa. Emigra. Va al nord. Dove, non essendo conosciuto, si ricicla come insegnante elementare! Ma i gendarmi campani informano i colleghi bergamaschi che l’insegnante elementare gigantesco è un noto sovversivo, forse omicida, per cui iniziano a tenerlo d’occhio anche al nord.
Finché, quarantacinquenne, si risolve a tornarsene al sud, al suo paese, si pensava che si fossero scordati di lui. E invece si ricordavano benissimo. D’altra parte, bisogna pur tutelarla la società dal pericolo di uno come lui. Dunque un giorno riceve una multa, e lui mica abbozza, come ogni normale cittadino, no, osa protestare, forse manda perfino al diavolo un vigile. E che dovevano fare con un recidivo? Non dovevano arrestarlo? Lui ovviamente (ovviamente per uno non normale, perché qualunque altro cittadino avrebbe indossato le manette con civiltà, tranquillo della sua innocenza) si oppone. Dicono perfino che viene picchiato dagli agenti. Finisce agli arresti domiciliari. Dove chi viene incaricato di controllare la sua permanenza a domicilio sono gli stessi gendarmi che l’hanno picchiato.
A questo punto raggiunge lo zenit della sua abnorme esistenza: inizia a sentirsi perseguitato. Da chi? Dagli uomini in divisa. Pare che appena ne incrocia uno cambi strada. E (forse) inizia a prendere dei farmaci, perché se sei un paranoico non puoi fare a meno dei farmaci.
Sul finire del luglio 2009, chissà in che stato alterato si trovava, riesce a tamponare ben quattro macchine di fila. Come avrà fatto, visto che la sua auto è illesa, non si sa. Due medici si decidono a fargli il Trattamento Sanitario Obbligatorio, uno lo propone, l’altro lo convalida, lo inviano al sindaco del luogo, e il sindaco non s’interroga, lui che è la massima autorità sanitaria locale, se quel provvedimento di ricovero coatto è giusto oppure no, e non lo fa perché nei paesi le persone si conoscono tutte, in una grande città poteva pure sfuggirgli, ma lì al paese si sapeva benissimo che Franco Mastrogiovanni è nato e cresciuto, e morirà, anormale, e allora il sindaco non impugna il TSO, ma convoca i vigili urbani, e per sicurezza, essendo il Mastrogiovanni un noto pericolosissimo sovvertitore, forse omicida, per troppo tempo a pie’ libero, chiama pure una dozzina di carabinieri.
Ora, uno normale, vedendo arrivare questo esercito di tutori dell’ordine si consegnerebbe fiducioso alle loro cure, ma, come ho avuto modo di spiegare, il Mastrogiovanni non è normale, perciò fugge. E la cosa più bislacca è che la fuga si conclude a mare, per cui il sindaco cos’altro poteva fare se non allertare una motovedetta, che molto solertemente fa allontanare i bagnanti, avvertendoli che sono impegnati in una caccia all’uomo?
Dispiace più che altro per quei due o tre fanciulli che sono in spiaggia con i genitori e i nonni, che a un certo punto vedono il loro maestro gigantesco, a pancia sotto, schiacciato da venti persone, faccia a terra, ammanettato, portato in ospedale, solo per loro dispiace.
La prova decisiva che non è normale è che quando lo portano in ospedale, e lo legano mani e piedi (lo legano per il suo bene, anche se lui dorme tranquillo), e non gli danno da mangiare per paura che si strozzi, lui dopo soli quattro giorni di contenzione decide di sua sponte di morire, cosa che di solito non accade con gli altri legati, e dire che se ne legano a migliaia negli ospedali italiani. E come mai nessuno è mai morto e Franco Mastrogiovanni sì? Perché non era normale. Ecco perché.
Non era normale. E c’è chi è sicuro che l’ha fatto apposta a morire, perché nella sua camera c’erano le telecamere a circuito chiuso che registravano tutto, e lui voleva metterli nei guai, e la sua è stata una morte politica, una specie di suicidio altruistico, un sacrificio fatto in nome di tutti i malati legati del mondo, per mettere nei guai quei poveri medici infermieri sindaci e gendarmi lillipuziani, l’ha fatto apposta a morire, questa specie di Gulliver maledetto.
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Una settimana fa ho ricoverato un gigante. Ancora più alto del povero maestro di Vallo della Lucania. A occhio e croce più di due metri. Due giorni dopo è stato legato.
Ieri il povero gigante buono mi ha fatto una tenerezza. Viene da me, guardandomi dalla sommità di quei due metri di smarrimento, e mi dice: dottore, lo sa che mi hanno tenuto tre giorni legato a letto? Lo so gigante, lo so. Ma io l’avevo visto solo in televisione, mi fa, nel film La ragazza che giocava col fuoco, non credevo che queste cose capitassero davvero. Lo so gigante, lo so. E’ che tu sei troppo gigante, e quando volevi uscire da questa porta chiusa si sono messi paura, e il nostro psichiatra codardo ha pensato che era meglio tenerti legato. Veramente, non gli ho detto proprio così. Gli ho detto: vedi, io ti avevo ricoverato, ed era andato tutto bene, ti eri fidato, avevi preso un po’ di gocce ed eri andato a letto. Poi però ti sei svegliato di notte, e di nuovo volevi andar via, ma avevi le voci che ti dicevano di ucciderti, e non potevi andar via. Allora si son messi di santa pazienza il medico e soprattutto quell’infermiere napoletano (ma non tutti hanno la sua pazienza, specialmente di notte) e dopo due ore ti ha convinto a tornare a letto, e tu te ne sei andato a dormire. Ma quando il pomeriggio successivo hai detto di nuovo che te ne volevi andare e hai preso a sbattere sulla porta chiusa, lì ci voleva di nuovo quell’infermiere paziente, invece c’erano quelli che tutta questa pazienza non ce l’hanno, e hanno chiamato il medico, ma pure lui era tanto impegnato, stava in stanza a leggere, ed è uscito svogliato e rotto di scatole, perché la tua non collaborazione lo ha distratto dalla sua meditazione, e allora ha deciso che non si poteva fare altro che legarti, perché tu eri allucinato e le voci ti dicevano di ucciderti. No, di nuovo non ho detto così. Ho detto: guarda, chi ti ha legato non l’ha fatto perché è sadico, o perché ti voleva male, ma perché in quel momento non si poteva far altro … ho mentito al posto del mio collega.
Povero gigante buono, che non sai che essere due metri ti fa rischiare più di un normolineo, di essere legato. E considerati fortunato che non hai fatto la fine di quell’altro gigante, il disgraziato maestro di Vallo della Lucania.
La realtà, gigante, è che siamo commessi. Siamo meri esecutori dei crimini in tempo di pace. Perché fuori facciamo i comunisti, i progressisti, ci iscriviamo ad Amnesty International, votiamo Sinistra Ecologia e Libertà piuttosto che il Partito Democratico, compriamo la Repubblica, il manifesto, L’unità o Il fatto quotidiano, siamo contro i leghisti che vogliono gli stranieri fora da le bal. Ma quando siamo con il camice, dentro al nostro ospedale, dentro al nostro reparto psichiatrico, diventiamo carnefici come il potere ci vuole. E leghiamo la gente. E la chiudiamo dentro. E la sorvegliamo e la puniamo. Fora da le bal allo strano, al diverso, all’alienato. Nella nostra pratica professionale non siamo più comunisti, progressisti, democratici, tolleranti, ma perfetti fascisti.
(estratto da La fabbrica della cura mentale, elèuthera 2013)

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